didascalia

Fading into the White #2, Polaroid 55

giovedì 11 aprile 2013

Colore Integrale 8x10 & Lift. Impossible PQ color 8x10 Beta (Shoot & Lift)

Finalmente una domenica di relax, adatta a realizzare due fotografie che avevo in mente con le nuove Impossible Project 8x10 PQ color.


Nuovo Volet. This side up.

Soddisfatto dalla tecnologia color-protection adottata dalle PX/PZ 70, ero curioso di testare e osservare le potenzialità della nuova emulsione 8x10, soprattutto con la sensibiltà aumentata a 400 ISO.
Ho rateizzato la pellicola come da manuale e  in base alle mie esperienze precedenti, ho cercato di ottimizzare illuminazione e distanze soggetto-luci continue, per capire come centrare la latitudine di posa del film, che è decisamente ristretta, circa 1/4 di stop.
In queste condizioni basta poco per sottoesporre o sovraesporre zone delicate quali le ombre e luci e siccome correggere una posa dopo quasi un ora è decisamente controproducente, avevo bisogno di un test preliminare.
Nel foglietto delle istruzioni, speravo di trovare allegate alcune caratteristiche fondamentali per una pellicola, quali curve di compensazione dell'esposizione relative all'effetto di reciprocità, variazioni ISO in base alla  temperatura colore e/o ambientale e l'uso di filtri di correzione cromatica, ma non ho trovato nulla di tutto ciò; purtroppo solo una spiegazione di massima sull'uso e conservazione del film, come per le PQ precedenti.
Gli utilizzatori Impossible devono evidentemente soffrire e la pellicola d'altra parte è sperimentale a nostre spese  ;)

Bando alle ciance, ecco il mio test.
Ho letteralmente accalappiato fidanzata con gatta e ho eseguito il test, ma ahimè, il primo sviluppo della PQ color, effettuato con il processatore Calumet è stato un disastro.
Già in partenza, avevo notato che il mylar trasparente del foglio positivo era molto morbido e fastidiosamente incurvato e nonostante le mie cure nella procedura di caricamento, inserendo lo chassis contenente il film esposto ho fatto una certa fatica per non piegare il positivo sottostante.
Successivamente, girando la manovella ho percepito una anomala resistenza dei rulli, indicativa probabili di noie in arrivo.
Dopo circa 5' ho verificato lo sviluppo della lastra processata e infatti mi sono accorto di uno strano percorso seguito dalla chimica sviluppatrice.
Dopo 45' il risultato era chiaramente evidente.


Lastra di prova esposimetrica (ok ma chiudere di 1/4 stop).
Sviluppo, No comment.


A circa 1/4 della lunghezza della lastra lo sviluppo era avvenuto in modo disomogeneo e parziale, dopodichè esso non era più presente.
E' probabile che al momento dell'unione tra i due fogli (sicuramente male accoppiati) la pasta sia uscita in modo anomalo, lasciando il negativo scoperto e spalmato difettivamente di chimica.
Infatti, verificando il Calumet, la maggior parte della pasta sviluppatrice era rimasta nella la zona anteriore ai rulli,  destinata alle unioni di fatto.
Salsa Puffa ovunque e mezz'ora di pulizia degli organi interni.
Riallestendo il set definitivo, ho pensato che forse l'errore sia stato del sottoscritto e  che il processatore manuale non abbia avuto nessuna colpa.
Comunque, tenendo presente la delicatezza del positivo, prono a qualche possibile inceppamento,  ho deciso che lo sviluppatore motorizzato avrebbe sicuramente lavorato meglio del mio braccio, sull' accoppiamento dei componenti PQ.

Nella seconda sessione infatti, le lastre hanno subito un sorte migliore e  nonostante qualche  zona imperfetta, lo sviluppo è avvenuto correttamente.


Un eternità d'attesa, ma c'è da dire una cosa; già dopo cinque minuti l'immagine si era formata parzialmente e mi è stato possibile controllare la lastra, verificando se la messa a fuoco selettiva  e l'esposizione fossero corrette.
Questa è una scorciatoia che permette di abbreviare i tempi tra una posa e l'altra, ma che presuppone il possesso una necessaria dimestichezza con le Impossible color-protection PX.
Ho ispezionato lo sviluppo a step di 5 minuti, sotto una lampada abbastanza forte e come si può notare, immagine in sviluppo non si è deteriorata.



In fase di sviluppo a circa 15 minuti.


Il tempo di sviluppo completo è di circa 45' a una temperatura compresa tra i 18-20°C.


Primo scatto (The casting series #4).
Un botta di luce allo sfondo non avrebbe guastato il contorno del capo.


Nota:  non ho riscaldato in nessun modo la lastra processata,  sia per capire la tonalità finale in relazione alla temperatura delle luci impiegate, sia per ottenere un tempo di sviluppo di riferimento.
Contento di questo risultato, ho nuovamente sfruttato il set e la pazienza di Silvia per comporre un'altro scatto:


Secondo scatto (The casting series #5).
Sfondo maggiormente illuminato, ma  notare come la carnagione sia venuta sovra-esposta rispetto alla foto precedente; nell'avvicinare il soggetto alla luce non ho compensato di 1/2 stop.

A processo ultimato, in entrambe le figure rimangono delle striature di sviluppo lungo l'immagine, ma sono praticamente assenti le bande associate ai rulli della sviluppatrice, che in precedenza avevo notato nelle PQ silver-shade beta.
Le striature non mi danno particolarmente fastidio, anche perchè mi ricordano quelle delle amate Polaroid scadute, ma è come sempre una questione di gusti.
Esaminando da vicino le fotografie, la definizione dei particolari è buona così come l'assenza di spot fastidiosi, soprattutto nelle zone scure dell'immagine, le quali ne escono con una caratteristica tonalità bluastra; le zone maggiormente illuminate invece riflettono una tonalità giallognola.
La pastosità dell'emulsione è unica, molto gradevole.
Per quanto riguarda la sorgente luminosa, in queste due pose ho impiegato luce fredda fluorescente, parzialmente  responsabile dei toni ottenuti; adottando un filtro di correzione cromatica al 360mm sicuramente i colori sarebbero stati maggiormente bilanciati, ma purtroppo non ho avuto il tempo.
Poco male comunque.
Dopo 24 e 48h, notando che i due fogli cominciavano a scollarsi, per evitare deterioramenti ho eseguito i lift delle fotografie.
La separazione positivo-negativo è avvenuta senza complicazioni, ma non ho ottenuto la trasparenza che ho ricavato in passato con le PQ silver-shade.
Di seguito alcune immagini dei due lift, cominciando da quello più fresco, dopo 24h:


Il retro dell'emulsione, dopo la separazione.

Il ritaglio del frame e dei pod sottostanti è fondamentale per una migliore manipolazione del film in acqua.





Per lo scollamento dell'immagine dal mylar trasparente, ho usato acqua riscaldata a 70°C, mentre per la rimozione dei residui dell'emulsione, ho impiegato acqua di rubinetto a circa 16°C.
Lo sbalzo termico caldo-freddo, rende il film più resistente alla fase di pulitura, ma tende ad arricciarlo soprattutto lungo i bordi.  Onde evitare incollamenti più o meno risolvibili, è meglio agire in fretta nella stesura dell'immagine per poi dedicarsi al resto con pazienza.
Per ogni positivo trasferito, ho impiegato circa un'ora e mezza per pulire completamente l'immagine dalla patina bianca della chimica.
Alcune fasi della pulitura:


Rimozione della chimica, dopo il dispiegamento dell'immagine.

La stesura sulla carta  è stata abbastanza agevole e meno complicato rispetto alle PQ silver shade, che ho trovato strutturalmente più delicate.
Come prevedevo, durante il  Lift l'immagine ha cambiato dimensioni, estendensosi a un 24 x 35cm; tale ingrandimento è dovuto alle varie operazioni di pulitura, che inevitabilmente "spalmano" l'emulsione.


Alcune lacerazioni sono spesso da attribuire a troppi colpi di pennello nella stessa area.


Il lift è avvenuto in modo uniforme, senza lacerazioni irrisolvibili e completamente adeso alle porosità della carta.
Ad asciugatura ultimata, ho spianato quest'ultima per il montaggio su cornice.


Assemblaggio con passpartout 30x40cm. La foto non rende giustizia!


Contento del risultato, il giorno dopo ho trasferito anche la prima fotografia, procedendo senza particolari intoppi e non rilevando differenze "meccaniche" tra le emulsioni a 24 e 48h.
Questa caratteristica è di grande aiuto, perchè permette di lavorare con calma dopo la sessione di scatto.



Per la rimozione, meglio partire dalle aree di maggior interesse.

I residui di pasta sviluppatrice sono andati via lentamente e senza particolari differenze rispetto al lift precedente. Meglio non ritardare troppo comunque.


In bacinella, prima della composizione definitiva,  di solito decido se sacrificare alcune porzioni di immagine, magari quelle in origine mal sviluppate.


Anche in questo caso, adesione perfetta dell'immagine e niente crepe fastidiose.


Trasferimento completato. Ringrazio Silvia per la sua grande pazienza.


Confrontando i Lift asciutti con l'immagine nativa, si può facilmente osservare una evidente perdita di contrasto delle immagini.
Questo effetto è dovuto alle fasi di pulitura e stesura del film sulla carta, operazioni che in un certa misura allargano i punti per linea della risoluzione dell'immagine, diminuendo inevitabilmente le densità dei livelli.
Tenendo presente l'effetto finale del trasferimento di solito tendo a progettare lo scatto in funzione della destinazione finale;  immagini contrastate e graficamente forti, una volta snaturate lavorano molto meglio di altre.





Incorniciate in Rovere e appese a fianco a un autoscatto celebrativo, prendono il loro spazio.


Non male come test.

Continuo a sostenere che il lift delle PQ sia la sorte migliore da destinare a questo tipo di pellicola.
L'immagine nativa è senza dubbio più bella, satura e incisa, ma il mylar 8x10 soprastante non riesce proprio a piacermi, tutto rigato e pieno di segni.
Se tollerabile nelle piccine PX/PZ non lo è in grande, dove tutto è maggiormente evidente.
Preferisco di gran lunga l'effetto materico sulla carta.
In ogni modo, spero che la casa riesca a riprogettare in modo più efficiente il "tapering" della cornice contenitiva; sporcarsi di pasta caustica non è sempre un piacere, soprattutto durante una sessione di scatto, perchè mantenere l'attrezzatura 8x10 pulita costa fatica e fa perdere molto tempo.


Pregi e difetti Impossible come al solito, ma personalmente mi basta riflettere su come abbia fotografato e soprattutto in che formato, per capire che un altro sogno è divenuto realtà...a colori.


My Hands Up for Impossible Project.


lunedì 1 aprile 2013

Piccole Impossible per il grande formato. (Impossible Project PX on a vintage Large Format Camera)



(1912-2012) Cento anni di attesa per uno strano connubio.

Da qualche mese mi chiedevo, visto la buona qualità raggiunta nel 2012 dalle Impossible Project PX color protection, se fosse stato possibile utilizzarle nel modo che più mi sarebbe piaciuto, ovvero  esponendole in manuale e per di più con una fotocamera davvero speciale.
Un banco ottico molto grande e soprattutto vecchio di un secolo.

Questo è il come.
In breve, la fotocamera usata per questa prova è una macchina da Atelier formato 10x12" costruita  a Rabenau, in bassa Sassonia, nei primi anni del novecento da un signore di nome Alfred Bruckner.
Doktor Papaya ha curato il faticoso restauro.


Frau Bruckner.
Una signora d'altri tempi da  trattare con i guanti,
 soprattutto usando  Nitrato d'argento.


Costruita interamente in Mogano e dotata di meccaniche vittoriane, questa macchina del tempo "coniuga l'ingombro di una petroliera e la manovrabilità di un pianoforte a coda Bosendorfer" (cit. Casalino)  ma è ancora meravigliosamente e ampiamente utilizzabile per produrre preferibilmente Ambrotipi, Tintotipi e qualsiasi cosa sia impressionabile con non poche difficoltà su lastre di grande formato.
Ciò che mi piace fare ultimamente.
Astenersi quindi perditempo e fighetti dell'ultimo minuto.
Per chi non ne avesse conoscenza, premetto che questo tipo di macchine, fin dalla seconda metà del XIX secolo erano spesso accoppiate a meravigliose ottiche, costruite con maestria dagli artigiani del tempo,  senza l'ausilio di computer o macchine a controllo numerico e con materiali di pregio: pesanti e performanti vetri Crown e Flint, in schemi ottici più o meno evoluti,  racchiusi da armature metalliche in  leghe di Ottone e/o Alluminio ricavati dal pieno.
La cura costruttiva era talmente elevata che ancora oggi, se conservati in buono stato, oltre a mantenere un incredibile fascino, sono ancora otticamente imbattibili per quanto riguarda un certo modo di fare fotografie.
A far compagnia alla Signora Bruckner,  un distinto austro-tedesco, dal cappotto nero e dall'occhio di ghiaccio, il Signor Voigtlander Brauschweig Heliar da 30cm di focale, con una apertura massima di 4.5.


Herr.Voight per gli amici.


Un'ottica leggendaria.

La fotocamera è stata opportunamente riadattata con un dorso posteriore per il caricamento di  chassis più moderni tipo Fidelity oppure Lisco.
Purtroppo non disponevo di un porta lastra in legno.
Nel mio caso il dorso riduttore per la macchina  è nel formato 5x7", le quali dimensioni mi hanno aiutato nella sistemazione delle pellicole PX, avendo più spazio ai lati.
Nulla vieta la sistemazione in chassis di formato inferiore 4x5" e quindi l'impiego in banchi ottici più compatti.


Calcolo delle dimensioni per la lastrina PX e centratura film.

Dopo aver calcolato la corrispondenza con il piano pellicola, essenziale per una corretta messa a fuoco, ho trovato il modo di sistemare il film.


Prove di sistemazione e un istantanea della camera 10x12"


Accessorio fondamentale è la dark-bag, una camera oscura portatile entro la quale svolgere tutte le operazioni di traslocamento pellicola, al riparo della luce.
Infilare una Impossible PX in  uno chassis da banco ottico non è stato proprio facile, soprattutto alla cieca, ma con la dovuta calma, ci sono riuscito senza troppi intoppi e l'operazione è durata una manciata di minuti in tutto.


La dark-bag e il film pack Impossible. La cover mi è stata di grande ispirazione.

Una volta estratto e caricato lo chassis ho settato la macchina, inquadrando un gruppetto di mele, cercando di comporre qualcosa di creativo.



La visione sullo schermo è come al solito appagante.



Il piccolo problema da risolvere era riuscire a sfruttare l'Heliar con tempi di esposizione "istantanei", in quanto è naturalmente sprovvisto di otturatore centrale.
Ho aggirato l'ostacolo usando un otturatore esterno a tendina avvolgibile,  restaurato dal sottoscritto, del tipo Thornthon-Pickard da 3" 1/2, con tempi d'utilizzo compresi tra 1/15 e 1/90 leggermente impreciso, ma usabile correttamente se caricato a 1/75 oppure 1/90, approssimabili a circa 1/40 di secondo.
Un vero gioiellino in mogano, da caricare a molla come una automobilina d'epoca.
In mancanza d'altro, solo un otturatore su piano focale (estremamente difficile da reperire e da adattare, anche se non impossibile) oppure un otturatore  pneumatico tipo Packard può venire in aiuto, visto le dimensioni delle ottiche a lunga focale.



L'otturatore Thornthon. Si fissa alla ghiera esterna dell'ottica con una semplice vite.
Ho fatto qualche prova di scatto con l'otturatore, che necessita per via dell'età e della costruzione, di un tocco delicato.
Per rendere solido il tutto, ho sistemato un supporto al di sotto dell'otturatore.

La prima PX processata è venuta leggermente sovraesposta  e un pò decentrata a causa della mancanza di un riferimento sul vetro, ma la nitidezza sull'armonica a bocca è ottima, così come la sfocatura subito dietro.


Nota: purtroppo, quasi tutte le fotocamere da Atelier costruite intorno al 1900 (compresa la Bruckner in prova) mancavano di movimenti della standarda anteriore, se non per la possibilità di variare l'alzo dell'ottica (Rise-Fall); quindi, per le fotografie seguenti, niente regola di Scheimpflug anteriore, ma solo per posteriore, il che significa introdurre variazioni prospettiche.
Per lo still life non c'è stato alcun problema e comunque la lunghezza della focale minimizza in parte gli effetti di distorsione degli oggetti; tali variazioni non sono sempre accettabili se si parla di ritratti di figure umane.



Mele e armonica. Diaframma a f:4.5 a 1/45 indicato, circa 1/15 reale.



Una volta presa confidenza con la procedura, mi sono preoccupato di tracciare sul vetro smerigliato del dorso, la piccola mascheratura per le dimensioni delle PX ovvero: 7,7 x 7,9 e ho allestito un altro set.

Frame Impossible PX tracciato a matita sul vetro smerigliato originale. 

Set pronto e illuminato con luce continua da 1200W a circa 1 metro.



Preso lo scatto,  ho infilato lo chassis dentro la dark-bag insieme a una Polaroid tipo sx-70 e con molta calma ho riestratto la lastrina, risistemandola in sede nel film pack.




Un piccola Polaroid del XX secolo facente le veci di  processatore portatile.


Ovviamente chiudendo la macchina, il film appena esposto è stato espulso e processato automaticamente.


Film PX in sviluppo. Circa 30 minuti


La parte più delicata è stata questa.
Se si piega troppo la pellicola durante le operazioni di trasferimento, c'è il rischio di alterare la struttura del film e di incappare in uno sviluppo difettoso.
Infatti, dopo uno paio di scatti  andati a farsi friggere ecco finalmente lo scatto che stavo aspettando:



Una Polaroid 500 che se la tira da banco ottico.
Herr Voigt a f:6,5 per 1/90 indicato (circa 1/30 di secondo reali)

Non avendo tempi di esposizione superiori, l'unico accorgimento che si può adottare per prevenire una certe sovraesposizione è allontanare la sorgente luminosa oppure chiudere di qualche stop il diaframma; ma in questo modo, si sacrifica in una certa misura la resa della scarsa profondità di campo apparente.

Mi piace.
Ovviamente l'immagine è speculare, così come per le più grandi Impossible PQ .
Il fuoco selettivo è impagabile così come il particolare effetto di Glare nelle zone chiare e sovraesposte, tipico delle ottiche antiche usate "tutte aperte". Si può notare la differenza osservando le zone in questione sul vetro e poi nella foto sviluppata.
Per non aver l'immagine capovolta nel frame, basta ruotare la pellicola di 180° durante il caricamento nel porta lastra, ma forse mi piace più così, è caratteristica. Dice, "hei ma io sono stata esposta in un banco ottico, che diamine!".
Dopo questo esperimento andato a buon fine, ero ansioso di provare un ritratto sfruttando al pieno le potenzialità del sistema e quindi ho convinto con la forza la mia amica Valentina, casualmente di passaggio nel mio studio, per una posa improvvisata:



Valentina #1.
Herr Voigt, tutta apertura f:4,5 a circa 1/40 di secondo.

Dopo circa 30 minuti di attesa, l'immagine si è sviluppata correttamente producendo un ritratto davvero carino.
Il viso è un pò sovraesposto ma l'immagine è comunque gradevole e incisa (per una Impossible) , incorporando i bei toni pastellosi blu-gialli tipici di questo supporto.
Indiscutibilmente il limite di risoluzione per linea delle Impossible è il fattore limitante per il microdettaglio e anche usando la migliore ottica disponibile non si potrebbe approfittare l'incredibile risoluzione delle lenti per il grande formato; ciò nonostante, si possono sfruttare  altre caratteristiche, quali la grande luminosità delle lunghe focali e la tipica resa pittorica; notare infatti, nel ritratto di Valentina la ridotta profondità di campo, sconosciuta ai più blasonati obiettivi moderni e soprattutto alle lentine delle piccole SX-70. Mica male quindi.
Inutile dire che qualsiasi banco ottico moderno, grande o piccolo che sia, sarebbe adatto per questo modo di usare le piccole PX o PZ, ma la mia idea era quella di fotografare a colori in modo non convenzionale e sviluppare una moderna istantanea, introducendo una tecnologia anacronistica all'interno di una realtà storica lontana cento anni.
Esotico. Steampunk.


"Be the first one to do It."

c'era scritto sulla dark cover...ma sarò stato il primo?