didascalia

Fading into the White #2, Polaroid 55

mercoledì 8 giugno 2011

Pellicole d'annata. (Polaroid Type 55)

Finalmente è arrivato il momento che stavo aspettando; ho tirato fuori dal frigorifero le famose Polaroid T-55, scadute nel lontano novantotto.

La preparazione.
Un pò come si conserva una bottiglia di Amarone per un occasione speciale, custodivo questo pellicole preziose per una sessione fotografica mirata, più che per un'improvvisata prova sul campo, quindi ho pianificato con cura luogo, tempo e l'istante giusto per poterle usarle senza sprechi, in pieno godimento.
L'unica incognita era la vecchia data di scadenza; se il vino vecchio, mal conservato può andare a male, anche alle mie pellicole poteva toccare la stessa sorte.
Dopo aver fatto alcuni sopralluoghi in giro per la città, in una giornata di tempo libero, finalmente ho tracciato le coordinate fotografiche, ma essendo in anticipo, sono tornato a casa e sul tavolo dello studio ho aperto una delle due confezioni spaziali di Polaroid.


Una confezione di Polaroid T-55, confezionate da Armani  per i  viaggi nello spazio.

Attraverso la lettura della brochure ho studiato le caratteristiche tecniche:
Le Type 55 sono pellicole pancromatiche (sensibili a tutte le lunghezze d'onda visibili) in bianco e nero, iso 50 (a 18°C), a medio contrasto e alta risoluzione, la cui fantastica peculiarità è quella di offrire, come per le Polaroid 665 type 100, contemporaneamente alla stampa positiva,  un negativo vero e proprio di qualità superiore (rispettivamente 20-25 paia di linee/mm per il positivo e 160-180 Lp/mm per il negativo) e di sensibilità intorno ai 25 Iso.
Quest'ultimo è recuperabile attraverso una semplice metodica ed è utilizzabile per classici ingrandimenti in camera oscura, per provini a contatto oppure per scansioni e stampe meganoidi.
Il tempo di sviluppo della pellicola, varia come al solito in relazione alla temperatura, circa venti secondi per una tipica serata primaverile.(*)
Rinfrescato dalle nozioni necessarie, ho maneggiato un pò le serissime pellicole, protette dal loro volet di cartoncino:


Le monolitiche  Polaroid T-55

Queste pellicole piane, necessitano esclusivamente di un dorso Polaroid tipo 545; io ho l'opportunità di usare  un evoluto 545 Pro.


Dorso Polaroid 545 Pro. A partire dall'alto: computerino, leva di caricamento/sviluppo e tasto di sgancio pellicola.

Alcune note tecniche:
Questo modello, guarda con aria blasonata il vecchio 545i in quanto possiede un computerino, dotato di  un piccolo display a cristalli liquidi. 
Esso integra un termometro digitale (con lettura in gradi Celsius e gradi Farheneith), dopodichè, in base a al pellicola caricata, attraverso la digitazione di uno dei vari codici a due cifre indicati sul pannello anteriore del dorso, il display mostra il tempo di sviluppo ottimale.
Nella porzione inferiore dello schermo, delle icone sottostanti indicano la modalità in uso.
Un beep avverte alla fine di ogni operazione conclusa.
Per la fase di stampa (P), esiste un programmino di compensazione dell'esposizione; per esempio, se durante un'altra ripresa si scende di uno stop,  si immette la variazione "+1" nella modalità "esposizione" del computer e il tempo di sviluppo segnalato sul display varierà automaticamente. 
E' una sorta di tiraggio pre-calcolato.
Quando si estrae la pellicola, il timer parte automaticamente.
Le batterie necessarie per il funzionamento del computer sono del tipo piatto da 1,5V, siglate LR-54 e SR-54 (queste sono più sottili e per farle star ferme all'interno del vano occorre creare uno spessore).
Con la leva di caricamento pronta (L), si infila la pellicola vergine all'interno del dorso fino a udire un click di fondo corsa.
Tale rumore segnala che il bordo di metallo della pellicola impressionabile è stata "pinzata" da un affamato dentino, il quale la assicura all'interno del frame, quando si estrae la copertura di cartoncino al momento dello scatto (vedi foto*).
Dopo essermi un pò impratichito sul tavolo, a infilare ed estrarre (so a cosa state pensando) la pellicola,
l'ora è giunta e mi sono diretto nel posto prescelto.

La sessione
Il luogo consiste in dei giardini pubblici poco distanti da casa mia, situati sulle alture di Genova Castelletto, molto austeri e a dir la verità, neanche troppo curati.
Essi comprendono delle vecchie strutture in metallo, usate come gioco da piccoli balilla spericolati e da adolescenti  (o papà) in vena di esibizioni, diverse squallide panchine in pietra arenaria e infine, aiuole incolte sovrastate da grandi querce scure, tipiche delle villette genovesi.
Non so ben descrivere cosa mi attrae di questo posto, fatto sta che su di me esercita un potere magnetico.
Ho la sensazione di  trovarmi in una terra di tutti e di nessuno, dove riesco in solitudine a immaginare persone, cani che si inseguono, giochi sul ferro e salti sul cemento, qualche spinello fumato e baci su una scomoda panchina.



Le strutture  e le querce in Corso Carbonara, in un giorno di ricognizione fotografica a volo molto  radente.

Ho fotografato questi giardini altre volte, sia con la digitale, sia con le mie folding Polaroid, ma non sono mai stato del tutto soddisfatto dei risultati; per riuscire a descrivere meglio  le sensazioni che avevo in mente, avevo bisogno dell'accoppiata Toyo-45/Polaroid-55.
A quel punto, mentre un paio di cani mi stavano abbaiando contro, forse spaventati dal cavalletto fotografico, o meglio infastiditi dalla mia presenza su una loro aiuola, ho montato con dignitosa calma la fotocamera e dopo un momento di relax meditativo, tutto è diventato bianco e nero.
Come ultimamente mi accade, mi riesce sempre più facile ragionare in scala di grigio e non nego che ciò mi da una certa soddisfazione, anche se poi, a volte il risultato finale non corrisponde a ciò che ho visto.



Pellicola caricata e pronta al primo fatidico scatto (* la copertura/volet della pellicola estratta).

Da quello che ho letto sul bugiardino, il negativo ottenibile possiede una sensibilità diversa, il valore è 25 iso e volevo tenere conto di questa caratteristica per cercare di ottenere un positivo leggermente più esposto e un negativo perfetto.
Dopo il calcolo esposimetrico, quindi ho aumentato di uno stop l'esposizione, lasciando il diaframma fisso nella stessa posizione.
Mamma mia, che curiosità, speravo proprio di non sbagliare.
Dopo aver basculato leggermente il posteriore (non il sedere), ho settato il timer del dorso, ho caricato la pellicola e ho premuto il cavetto di scatto.
Immediatamente dopo, ho reinserito la copertura del film e ho scelto tra le due opzioni seguenti:
1) lasciare la leva di caricamento pellicola su L e premere il tasto di sgancio rapido, per sviluppare in un secondo tempo.
2) spostare la leva su P, per stampare immediatamente.
Ho scelto ovviamente la numero due e dopo circa 30 secondi, aprendo delicatamente la buccia della pellicola mi sono meravigliato.


Grazie Matteo, erano anni che volevo essere esposta!

Ecco il primo risultato,  completo della sua bella cornice di fabbrica:


Le mie ossessioni geometriche, per la prima volta catturate in manuale e  in un "vero" bianco e nero.

E' sorprendente che dopo così tanti anni, la pellicola si sia comportata in modo così egregio; probabilmente la conservazione in condizioni controllate, ne ha prolungato la vita.
Così, dopo questo unico scatto soddisfacente, ho settato la vista nuovamente a colori e con tutta l'attrezzatura re-impacchettata da perfetto legionario, mi sono diretto velocemente verso casa con le pellicole sventolanti in mano.
Non volevo perdere tempo prezioso.
Infatti, sempre secondo la brochure, per proteggere vita natural-durante le stampe positive, essa andrebbero trattate  prima possibile, tramite un apposito smaltatore Polaroid, che fortunatamente ho a disposizione.
Appena ho potuto, ho smaltato il positivo:


Il trattamento di bellezza per la mia  prima T-55; avanti la prossima.

Lo smalto va passato almeno sei/sette volte sopra la fotografia, in modo uniforme e deciso; quando il liquido è asciutto, la superficie si presenta brillante e l'immagine è pronta per essere conservata.

Recupero del negativo.
Contemporanemente all'asciugatura, mi sono preoccupato di prestare altrettante attenzioni al negativo, la parte che mi stava più a cuore, il quale dopo esser stato privato della clip metallica, che serve per l'aggancio al dorso, è finito in un rilassante bagnetto solforoso.
Il bagnetto consiste in una soluzione di Solfito di Sodio, ottenuta solubilizzando 110g in un litro di acqua deionizzata, possibilmente a temperatura ambiente (18/24°C).
Il Solfito permette la rimozione più o meno rapida dei residui di emulsione.
Quest'ultima essendosi asciugata velocemente, non ne voleva sapere di venir via dalla superficie, così dopo circa mezz'ora di trattamento, mi sono aiutato con un pennello a setole morbide e per rimuoverla più energicamente, anche con i polpastrelli delle dita. 
Il passaggio successivo è stato un risciaquo in acqua corrente, dopodichè, ho preparato un bagnetto finale con un agente umettante, al fine di permettere una asciugatura del negativo senza macchie e aloni di sorta, dovuti all'evaporazione dell'acqua.
Il tutto possibilmente sempre alla stessa temperatura.
Ho usato un agente umettante diluito 1 a 200, sempre in acqua deionizzata.


Mestoli, padelle e perchè no, negativi.

A questo punto, dopo un'oretta di asciugatura sotto la cappa della cucina  e una pastasciutta ai peperoni, bottarga e pangrattato (Alessandro, non ti ringrazierò mai abbastanza per questa favolosa ricetta), procedevo alla prima scansione.
Nonostante la digestione, mi sono messo subito davanti al monitor e mi sono accorto che l'emulsione aveva lasciato delle tracce indelebili sul negativo, anche dopo un'oretta di lavaggio nel Solfito di Sodio e di risciacquo in acqua corrente.

Il negativo crudo; notare i punti difettosi dovuti ai rulli non proprio puliti e le macchie di  emulsione.

Purtroppo, per le mie uscite con questo tipo di pellicola, penso che dovrò organizzarmi ancora meglio se vorrò recuperare un negativo perfetto; siccome l'emulsione rimanente continua ad agire sul negativo, avrò bisogno di una tanichetta portatile nella quale lavarlo subito con il solfito.
Ci mancava pure il laboratorio mobile.
Se vado avanti di questo passo, è probabile che qualcuno mi vedrà girare per le vie di Genova, con un carrellino del supermercato e si chiederà cosa ho fatto di male per esser stato cacciato di casa.
Prima o poi comunque accadrà!


Nota: in alternativa al solfito si può usare dell'acqua, che però può causare effetti di reticolazione dell'emulsione.
Nota bene: se si è infallibili, si può estrarre la pellicola dal dorso e svilupparla successivamente.


Comunque, ho tentato ugualmente una elaborazione del negativo:


Negativo elaborato in bianco e nero

Conclusioni.
Confrontando l'elaborazione con il suo clone originale, traggo la conclusione che a questo giro ho sbagliato!
Il positivo è corretto, ovviamente mi piace di più, ma lo scopo era esporre per il negativo...
Essendo la stampa più "leggera",  rende meglio l'atmosfera rarefatta che volevo si trasmettesse di quel posto, ma non posso certo utilizzarla per ingrandimenti! Peccato.
Comunque, l'elaborazione imperfetta del negativo sotto-esposto, tramite scansione su scanner piano e successiva correzione in digitale mi piace ugualmente; è un'interpretazione diversa, sicuramente più dura e in un certo senso, più astratta.
Per toccare con mano il risultato, ho deciso di provare la resa della mia elaborazione, stampandola a getto di inchiostro su carta fine-art prodotta da Gandalf il grigio.
Mi sono lanciato in un formato 30x40, da incorniciare provvisoriamente:

Appesa nella parete dello studio, non è poi così male.


Che dire, speravo in un risultato migliore ma mi sento ugualmente contento, perchè sono riuscito a usare questo fantastico materiale Polaroid.
La stessa pellicola usata da tanti grandi fotografi e vista per la prima volta, su una monografia di Robert Mapplethorpe.
In un certo senso è stato un piccolo privilegio, peccato davvero che non sia più in produzione, purtroppo stesso discorso per le pellicole Fuji Fp-100B45.
Ma forse non tutto è perduto.
Recentemente, navigando nel web alla ricerca di informazioni mi sono imbattuto in un ottimo blog, si chiama new55project e oltre a contenere molte informazioni utili e interessanti per gli amanti del genere, si fa porta bandiera di un ambizioso progetto; quello di riportare alla vita i film istantanei 4x5 con caratteristiche P/N (ovvero offrire contemporaneamente un positivo e un negativo) e possibilmente 8x10.
Un'altro progetto impossibile, ma i primi risultati con prototipi in bianco e nero sono molto incoraggianti.
Sicuramente, in caso di successo, penso che i moltissimi appassionati del grande formato  saranno disposti a supportare una futura commercializzazione di queste pellicole, nonostante la facile previsione di un prezzo da pagare molto alto.

Osservo la mia foto sul muro di casa e penso ai prossimi scatti.
Come il vino buono, anche le pellicole in un certo senso, possono migliorare col tempo.
Questione di gusti, per me il '98 è stata un'ottima annata.


(*) Il tempo di sviluppo per le type 55 è una faccenda un pò soggettiva; alcuni fotografi scelgono ( immaginando una temperatura ambientale ottimale di 21°C) di sviluppare il film in non meno di trenta secondi oppure tra i quarantacinque secondi e un minuto; questo time-bonus sarebbe utile per aumentare il contrasto dell'immagine.
Personalmente ho aspettato venticinque secondi e lo scatto ottenuto presentava un contrasto moderato comunque molto piacevole.
Ansel Adams, nel suo libro "Il negativo" fornisce utilissime spiegazioni su come aumentare il contrasto di questi negativi, tramite una pre-esposizione della pellicola; comunque per altre informazioni tecniche relative all'uso della pellicola, il data-sheet della stessa, visionabile sul sito Polaroid, fornisce indicazioni essenziali, anche per quanto riguarda  l'uso di filtri B/W, variazioni degli ISO in base alla temperatura, reciprocità della pellicola etc, etc.
Approfondendo il discorso, mi sono imbattuto in alcuni siti molto competenti e ho potuto apprendere con molta sorpresa che diminuendo il tempo di sviluppo post-esposizione (oppure illuminando con un lampeggiatore il negativo appena separato) si possono ottenere effetti più o meno marcati di solarizzazione della pellicola, per essere precisi effetti Sabattier, che per ovvie ragioni di economia, penso di tentare dopo maggior pratica e studi più approfonditi su questo tipo di film, almeno finchè non finiranno le scorte.

P.S. alcuni esempi di scansione di negativo Type 55 sono visionabili a questo indirizzo, sul sito Polanoid.net/ papayaspoint:
http://polanoid.net/pix/23440/POLA_23440_13182375791_xln.jpg
http://www.polanoid.net/pix/23440/POLA_23440_13167222581_xln.jpg
http://www.polanoid.net/pix/23440/POLA_23440_13125294971_xln.jpg

5 commenti:

  1. complimenti, blog molto interessante!

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  2. Ti ringrazio davvero molto!
    Io invece ti faccio i miei complimenti sinceri per le fotografie su Polanoid, si vede che le scatti con cuore.
    p.s. da vecchio skateboarder e attivo surfista apprezzo l'immagine DOGTOWN...

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  3. che spettacolo. avevo un box di 669 ed un box di 4x5 una volta regalatemi da un amico che faceva fotografia di moda (sai quegli shootings dove ordinano migliaia di pellicole?).

    Ma erano tutte, dico tutte irremdiabilmente andate. le chimiche si erano sedute e le pellicole incollate le une alle altre.

    una tragedia.

    questo post e' comunque estremamente interessante.

    mi interessa soprattutto la parte sul negativo. mi riprometto di stamparlo e leggero con attenzione. sullo schermo e' difficile leggere.

    sukun

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  4. super post! che pellicole si possono montare ora sui dorsi 545i invece?

    saluti,
    alan

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    1. Ciao Alan e grazie per la visita,
      la risposta alla tua domanda è: tutte le pellicole Polaroid 4x5 a strappo, a lastra singola, che riesci a trovare. Nel frattempo, se ti può interessare il gruppo new55project sta lavorando su una nuona pellicola, simile alla Polaroid 51Hc/55.
      Si spera riusciranno a metterle in commercio. Saluti

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