didascalia

Fading into the White #2, Polaroid 55

martedì 29 marzo 2011

Come operare una Polaroid 250. (how to fix a problem on a Polaroid 250)

Dopo circa un mese di scatti felici,
durante un giro esplorativo con la mia amata due e mezzo, due foto uscite in sequenza, completamente scure, mi hanno fatto presagire che alla macchina fosse capitato un problema molto serio.
Sudori freddi.
Non sentivo più scattare l'otturatore secondario.
In mezzo a un gruppo di curiosi, con qualche parolaccia di troppo, ho cambiato le batterie e ho tentato una prima disperata rianimazione ; niente, la macchina era silente, possibile che fosse morta dopo così poco tempo passato insieme?
Con tutta la fatica che avevo fatto per averla e per rimetterla in sesto.
Colto da un picco di rabbia, pensavo di finirla con un glorioso lancio dall'alto dei trenta metri del ponte monumentale, ma visto la distanza dal ponte, camminando, mi sono calmato e non  rassegnandomi all'idea di perderla, ho deciso di riportarla a casa per operarla d'urgenza.
Dovevo, purtroppo, smontare la macchina e vedere cosa diavolo fosse successo.
L’otturatore secondario non dava più  segni di vita  e ciò poteva dipendere principalmente da tre cose:
1)    era un problema elettrico, non arrivava corrente al circuito
2)    era un problema meccanico, tipico degli over-quaranta
3)    come C.Bukowsky, tutto era andato a puttane.
Dopo aver messo insieme il kit del “piccolo perito atomico”, ho preparato un incasinatissimo tavolo operatorio e ho messo mani nell'ignoto.

Strumenti del mestiere 
Smantellare la testa della macchina è stato facile, così come per Mickey Rourke costruire una batteria atomica a fusione fredda in cantina.
Prima di tutto, dopo aver esteso il corpo macchina, della serie: “stenditi amore, non ti farò male”, ho tranciato il cavo di alimentazione alla sinistra del soffietto. 
Visto che non volevo assolutamente staccare il delicato soffietto dalla macchina (con il rischio di sbriciolarlo), per disassemblare il blocco otturatore, ho solo mollato il bullone inferiore e la vite del meccanismo estensibile, (occhio alla molla) , in modo tale, da poter orientare il blocco, insieme al soffietto, nella direzione del cacciavite.
Successivamente, ho rimosso dalla sede il cavo scatto e ho sfilato il perno del telaietto pieghevole.

NOTA BENE: Con un pennarello, ho fatto un segno sul cavo flessibile, per ricordarmi l’esatta lunghezza del segmento di cavo che avrei dovuto, a operazione finita, infilare nuovamente in sede.  
Una lunghezza sbagliata, infatti, non permette la giusta tolleranza necessaria ad azionare un dentino interno che fa scattare la leva di scatto interna dell'otturatore.

Rimozione del fermo per il cavo scatto flessibile (occhio al segno rosso) e del perno soprastante.
Rimosse altre tre viti del blocco posteriore,ho tirato via  la faccia della fotocamera (a cui è avvitato il circuito elettronico), accompagnando il cavo di alimentazione fuori dall’occhiello guida del soffietto e dal buco posto nello scudo. 

Pannello anteriore del blocco otturatore, disassemblato dal circuito dell'otturatore e meccanismi interni di compensazione dell'esposizione

 Circuito dell'otturatore appoggiato al pannello interno del blocco (notare la data di produzione 2-67!)
Una volta visto il circuito stampato, ho apprezzato la bontà della meccanica interna e la apparente semplicità del progetto. 

Faccia anteriore del circuito otturatore

Faccia posteriore del circuito, viteria ed elettromeccanica degli otturatori
Era tutto come nuovo, le molle, i leveraggi e i vari switch elettrici erano perfettamente funzionanti e precisi; l’unico segno del tempo era riscontabile nell’invecchimento del film protettivo del circuito stampato, visibile in una patina biancastra screpolata; poca roba, comunque non vi erano segni di bruciature da corto-circuito, come temevo di scorgere. Buon segno.
Avendo a disposizione il circuito in bella vista, ho preso nota dei componenti elettronici, resistenze, condensatore, diodi e transistor, in modo da sostituirli, se necessario.
Dopo aver dato alimentazione al circuito, tramite le estremità dei cavi tagliati in precedenza, con il tester, ho controllato che la corrente passasse in ogni punto di saldatura del circuito stampato.
Tutti i componenti erano integri, la corrente elettrica scorreva ininterrotta in tutti i punti (facendo un ponte elettrico, ho controllato anche quelli del percorso Flash), tranne in uno.
Era il circuito dell'otturatore secondario.
Infatti, caricando l’otturatore e facendolo scattare, la lamella dell’otturatore secondario non sembrava reagire; seguiva il fratello maggiore senza discutere, senza dirgli “aspetta un’attimo che deve passare più luce! Me l’ha detto quel secchione del Diodo!”.
Dopo alcuni minuti di elucubrazioni mentali, caffè, pane e nutella, ho realizzato che per dare continuità al circuito, cioè per far passare la corrente in quel punto, dovevo azionare la leva di scatto continuando a tenerla premuta come se dovessi prendere un’esposizione!
Dopo aver capito un semplice meccanismo, con una punta di plastica ho tenuto premuta la levetta interna ed è partito l’otturatore primario, seguito dopo qualche secondo, da quello secondario. 
Con immenso sollievo, la macchina non era morta! 
In questo modo, ho capito come funziona il circuito di scatto; dopo aver caricato l’otturatore,una piccola elettro-calamita  viene a contatto con l’otturatore a lamella secondario, che ha un'estremità metallica coincidente con il magnete.
Una volta premuto il pulsante di scatto, per il tempo necessario, il dente di plastica interno al blocco, mantiene unite due lamelle che alimentano il circuito temporizzato che comanda a sua volta la calamita. 

Dente di plastica e vista della lente interna

Otturatori rilasciati dopo lo scatto
La corrente elettrica arriva alla fotocellula dell’occhio elettronico (foto-diodo o santo-diodo, a seconda dei casi), dopodichè, tramite un circuito temporizzato a Cù-Cù (comandato da un semplice transistor), la giusta quantità di corrente (proporzionale ai giusti EV di esposizione) toglie alimentazione all’elettro-calamita e viene rilasciato l’otturatore secondario! 
Con un riff di Jimmy Hendrix in testa, ho capito dove fosse il problema!
E io che pensavo di dover ricostruire faticosamente il circuito stampato, smontando la radio a transistor della nonna.
Il casino era tutto a monte.
Eppure avevo controllato con il tester i cavi di alimentazione nel comparto batterie; l’interruzione della linea doveva essere tra le batterie e i cavi di alimentazione.
Il problema era proprio lì, a furia di aprire e chiudere lo sportello, con la modifica volante ai porta-batterie AAA, avevo probabilmente schiacciato i fili elettrici e si era spezzata una porzione interna del cavetto negativo, saldato al supporto della batteria originale.
Siccome lo spazio disponibile nel vano è risicato, invece di ricostruire il collegamento originale (peraltro ridondante alla nuova modifica), ho semplicemente rimosso un piccolo supporto di plastica, tenuto insieme al corpo con una piccola vite e ho saldato il terminale negativo delle batterie, direttamente sul cavo di alimentazione.


ulteriore modifica al vano batterie


Avendo tranciato il cavo di alimentazione, ho pensato che fosse comodo ricollegarlo tramite due spinotti fast, in modo tale da poter staccare il circuito batterie nel caso dovessi smontare nuovamente la macchina. 

nuovo cablaggio di alimentazione

Approfittando della fotocamera aperta, ho pulito accuratamente la faccia interna delle  lenti, il vetro dell’occhio elettronico e i contatti elettrici, soprattutto quelli attorno all’otturatore e all’elettro-calamita.
Successivamente, ho lubrificato con un cotton-fioc imbevuto di WD-40,  tutti i leveraggi dell’otturatore, controllando la corretta tensione delle due molle, quella di carica e quella di rilascio.
Già che c’ero, con l’aria compressa, oltre a far spaventare il gatto, ho rimosso più di trent’anni di polvere e sporcizia accumulatasi all’interno del blocco otturatore.
In pochi minuti era tutto ritornato alle condizioni di fabbrica. 
Come ultima operazione, ho saldato al circuito elettrico, i nuovi terminali di alimentazione e anche un pezzo di dito (un dolore assurdo), proteggendoli da eventuali corto-circuiti con una nuova protezione in nastro isolante, coprente quella originale.

Nuovi cavi di alimentazione e nuova protezione circuito
Dopo aver testato con successo  la macchina, riassemblata provvisoriamente, ho completato il montaggio, serrando definitivamente tutte le viti e curando gli accoppiamenti.
Anche il soffietto che necessitava di una piccola riparazione. 
Nel post precedente si può notare una foto dove compare un alone bianco sopra la mia figura; pensavo fosse un difetto del film, invece la macchia era dovuta alla luce entrante dal foro microscopico, un effetto stenopeico non voluto!
Del semplice nastro isolante nero, si è adattato perfettamente alle pieghe del soffietto, rendendosi quasi invisibile.
Finito.
Pause,  intoppi e imprecazioni permettendo, l’operazione è durata non più di  una giornata, pensavo peggio.
Se avessi pensato, al tempo della modifica, a sistemare meglio il pacco batterie, probabilmente non si sarebbe rotto nulla, ma al tempo stesso, non mi sarei mai avventurato nell'operazione di aprire una fotocamera vecchia di quarant’anni, solo per il gusto di capirne il funzionamento!
E’ stata una esperienza molto interessante; ne ho tratto delle nozioni utili, che magari sfrutterò più avanti per concretizzare alcune idee che mi ronzano in testa, tipo, alcuni trapianti di organo
(fotografici intendo).
Tirata a lucido, le ho regalato nuove batterie e un nuovo pack-film ed esibita per le vie del centro, ha ripreso a scattare fotografie, addirittura meglio di prima.

Il platano, Polaroid type 100 Chocolate, scaduta

Fortunatamente, non tutte le complicazioni vengono per nuocere.

domenica 13 marzo 2011

E' tempo di sbucciare pellicole, peel apart films

E' una febbre che non mi passa, anzi faccio di tutto per aggravarla.
Chi mi sta intorno sopporta.


Faccio una piccola premessa; lo scorso inverno, alcuni pacchi di pellicole Polaroid 667 e 664 (scaduti da circa dieci anni), sono finiti direttamente dalla discarica al mio frigorifero, in mezzo ai pomodori. 
Come non sprecare questi preziosi reperti? 
Con i pomodori ho ricavato una gustosa spaghettata, mentre con le pellicole ho iniziato a sfornare nuove istantanee, grazie all'arrivo di un'altra macchina fotografica. 
Finalmente, dopo due mesi di attesa, ho tra le mani una Polaroid pack film commercializzata alla fine degli anni sessanta (un modello pro-sumer si direbbe oggi), precisamente una Automatic 250, in discrete condizioni, proveniente dalla California. 

Polaroid Land Camera Automatic 250


Tralasciando le noiosissime caratteristiche tecniche, posso solo dire che nonostante abbia più di quarant'anni, mi è parso subito un oggetto magnifico, gratificante già dalla prima apertura del soffietto. 
Ai suoi tempi era rivoluzionaria, in quanto è stata una delle prime macchine fotografiche ad avere un otturatore elettronico transistorizzato associato ad una esposizione automatica: “Attenti! Caricare, mirare, fuoco!”.
Senza la benda sugli occhi. 
E' come sparare con un fucile da cecchino, infatti l'otturatore è di tipo bolt-action, si ricarica ogni volta dopo ogni scatto, spingendo verso il basso una leva sulla destra del blocco lente. 
Per mettere a fuoco, si spostano con gli indici, due levette posizionate ai lati del soffietto, nella parte alta del corpo macchina, che sono collegate al meccanismo estensibile del soffietto.
Il movimento di quest'ultimo è collegato alla meccanica del telemetro tramite una levetta di rinvio, cosicchè, il movimento di messa a fuoco coincide con quello che vedi, a fuoco, nel mirino.Tramite una ghiera posta sotto la lente, si possono selezionare quattro tipi di film; 75, 150, 300 e 3000 ISO, dopodichè, a seconda delle condizioni di luce, si può azionare una levetta misteriosa che permette la mascheratura della lente con due diaframmi aggiuntivi.


Levetta misteriosa e ghiera settaggi ISO


Questi sono i "programmi di esposizione, selezionabili con la levetta, semplici.


Settaggi esposizione

Chi l'ha brilantemente progettata, l'ha dotata di un ergonomia strana, sconosciuta a noi "moderni", leggera, costruita con materiali semplici uniti ad altri di qualità eccellente come i vetri dell'ottica e il bellissimo, anzi magnifico, telemetro marchiato Zeiss; quattro mosse in serie per scattare una fotografia e infine un corpo ripieghevole su se stesso, per farlo scomparire furtivamente dentro una borsetta.
Un'oggetto che però, una volta in mostra, non passa indifferente.
Qualche giorno fa, mentre  aprivo la macchina dentro un mercato, mi sono accorto di un bambino che,  con la bocca aperta, guardava l'oggetto transformer strattonando con la manina la mamma; lei dolcissimamente gli ha detto: "hai visto che bella macchina fotografica ha il signore? E’ bellissima, mica come quelle di adesso!".
Mi sono quasi commosso, per me certe cose non hanno prezzo.
La macchina ha avuto un prezzo però; alla fine dei conti centocinquanta euro, comprese le spese di spedizione e alcuni accessori come il fantastico flash, i suoi bulbi, un timer a molla originale, un esposimetro fuori uso (utile se hai una automatica…) due confezione scadute di pellicola Polaroid 108 e una cold-clip, tutto racchiuso da una originale valigia in pelle Polaroid aperta delicatamente da un artificiere della dogana, ovvero distrutta completamente.
Sperando di non aver buttato via i miei soldi, in questa nobile azione di recupero, mi sono affidato al mio riparatore di fiducia, me stesso, nelle vesti dell'omino rosso. 

Il mio tecnico di fiducia, attraverso lo splendido mirino Zeiss


Dopo una scrupolosa pulizia e una attenta verifica degli organi vitali, quali lenti, soffietto, rulli spremi agrumi, telemetro, ghiere, leve e pulsanti di scatto, ho testato il funzionamento dell'otturatore secondario con tre batterie ministilo AAA da 1,5V, in quanto la pila originale da 4,5V si trova solo a caro prezzo in alcuni negozi on-line, ad prezzo da follia, circa venticinque euro.
Da buon Genovese, è stata obbligatoria una piccola modifica al vano batterie.
Rompendo alcuni supporti in plastica e rimuovendo il porta batteria originale, ho fatto spazio per tre piccoli porta batterie  uniti  tra loro, ho saldato i contatti e li ho collegati ai morsetti originali, provvedendo così alla fornitura del necessario voltaggio.

Conversione pacco batterie



Nota Bene: Tester e saldatore, reperti usati alla scuola di elettronica venticinque anni fa, sono finalmente serviti; cinque anni di purgatorio, un diploma di perito elettronico  alfine di  rimettere in funzione una macchina fotografica anni sessanta; grazie mamma e papà, non siete contenti?
Quindi,  ho spento le luci della stanza, dito sull'occhio elettronico per ingannare l'esposizione, settaggio della ghiera pellicola su ISO 75, maschera otturatore su "interni senza flash", un bel respiro...Click...Clack! 
Lo scatto è partito e la lunga posa mi ha permesso di sentire il rumore del secondo otturatore. 
La corrente arrivava al circuito, il cuore della macchina ha ripreso a funzionare, ci voleva solo un piccolo defribillatore. 
Poi è toccato al flash, un oggetto uscito fuori da un fumetto di Flash Gordon, un occhione blu appollaiato sopra la macchina che, indossando impermeabile e cappello, invita a fotografare l'uomo-ragno.


Il primo giorno di lavoro al Daily Planet
Si incastra semplicemente con una clip metallica a sinistra del mirino e si collega al blocco lente-otturatore con uno spinotto.

Polaroid Flash, model #268

 Al suo interno, trova alloggio una semplice batteria stilo AA 1,5V che funziona da innesco, per inserirla basta svitare due scomodissime viti nella zona inferiore del corpo. 
Per rimuovere il lampeggiatore c'è una levetta di sgancio integrata alla clip.




Flash chiuso, cavetto, pulsante rosso di sgancio bomba e sottostante clip di aggancio

Il lampo si ottiene caricando la parabola con una lampadina incendiaria (bulbo) da innestare all'interno.
Una volta usato, si apre la lente blu e si estrae il bulbo bruciato premendo un tasto rosso, tipo War games.


Flash aperto con Bulbo incendiario


Dovevo provarlo subito, non ho resistito.
Una pulizia interna, una nuova batteria, un nuovo bulbo e dopo averlo collegato alla fotocamera, ho azionato il detonatore. POF! Questo è stato il rumore, non FLASH.
E' partito un lampo che avrebbe fatto strabuzzare gli occhi  a una talpa, per non citare un noto pianista Blues.
Risolto il controllo lampeggiatore, ho disinserito l'accessorio e ho caricato subito la macchina con un pacco di Polaroid 667, quelle tenute in frigo.
Insieme alla mia lingua, ho messo a posto le linguette del pacco pellicole e chiudendo il dorso, ho subito rimosso il  lungo nastro nero protettivo; uscita la prima linguetta bianca, contrassegnata con il numero uno, ero finalmente pronto.
Ho premuto il pulsante di scatto e secondo manuale, ho estratto successivamente la pellicola; occhio a non avere nessuno a fianco, potreste stenderlo con una gomitata da manuale.
E' divertente, sembra di afferrare il cordino di un paracadute, lo tiri ed esce fuori il resto, ma qualche volta non si apre...
Dopo circa un minuto sbuccio la pellicola, poso il suo negativo, la cornice sporca di l'emulsione ed ecco la prima istantanea, sottoesposta. 

Film Polaroid 667 scaduto, sottoesposto


Ho letto, in seguito, che la sottoesposizione è un piccolo fastidio comune a questo tipo di macchina, quindi, ho ruotato  la ghiera scuro/chiaro dal centro verso il chiaro. 




La ghiera per la compensazione dell'esposizione, a fianco l'occhio elettronico di Al 9000

Prendo un'altra esposizione con un altro soggetto:

Bijou, film Polaroid 667 scaduto


Ha funzionato, la macchina ha correttamente compensato la sottoesposizione, considerando che la stanza era debolmente illuminata  e non ho usato il cavalletto il risultato è accettabile.
La grana della pellicola  è molto grossa, comunque, se lo scatto è ben esposto, la granulosità diventa piacevolissima.
Le restanti otto pellicole sono andate praticamente in fumo, a causa di piccoli fastidi (vedi paracadute non aperti), un microscopico buchino nel soffietto che mi impressionava le pellicole e grosse strisciate bianche  sull'emulsione, dovute all'estrazione difficoltosa delle linguette mal disposte. 
Con un pò di pazienza, ho risolto i problemi tecnici ed ero pronto per una missione in esterno. 
Il giorno dopo, praticamente al buio, dentro un mercato, ho colto alle spalle un ignaro pianista, un bel soggetto, calato in uno strano contesto:


Un pianista al mercato, film Polaroid 667 scaduto


E' stata una grande sorpresa, pensavo uscisse una foto poco utilizzabile, invece, l'immagine è rimasta esposta perfettamente,  i dettagli e le scale di grigio sono notevoli. Penso che con la digitale non avrei fatto di meglio.
Qualche giorno dopo, incoraggiato dai risultati, ho aperto un pacco di pellicole Polaroid 664 e durante una bellissima gita a Sestri Levante, ho finalmente ricavato degli scatti di una qualità sorprendente:

Silvia, la mia modella preferita, film Polaroid 664 scaduto
Me stesso messo al muro da Silvia , film Polaroid 664, scaduto


La soddisfazione di separare il negativo dal positivo e di vedere una bella foto è stata grandissima, anche Silvia, la mia fidanzata "assistente" è rimasta colpita dalla qualità della pellicola: "ma queste sono più belle di quelle altre quadrate!". Sorriso.
Finalmente, posso dedicarmi alla ricerca di pellicole da sbucciare, fresche (la Fuji produce ancora pellicole istantanee di questo tipo, perfettamente compatibili con le fotocamere pack-film) e scadute, tutte da  sperimentare con il mio "nuovo"giocattolo.
A seconda dei casi, può farmi sentire come un fotoreporter fuori dal tribunale oppure come James Bond in vacanza, in vena di romanticismi.
Sono giunto rapidamente alla conclusione che è una fotocamera meravigliosa, ancora capace di sorprendere e di fare degnamente a pugni con molte bullette digitali. 
Un appassionato motociclista, del resto, non disdegna mai una buona 250.
Le febbre continua a salire.