didascalia

Fading into the White #2, Polaroid 55

giovedì 17 febbraio 2011

Viraggi del colore e galassie in avvicinamento (#1)

In senso ben più ampio, lo diceva anche Lavoisier che tutto si trasforma.  
Dovrei accettare, stringendo un pò le spalle, il fatto che le mie istantanee, in un certo lasso di tempo dallo scatto, cambino tinta, si trasformino.
Il cambiamento consiste, in questo caso, in un viraggio verso il blu (più o meno marcato) della tinta dell'emulsione.  Un blue-shift!
Le cause del fenomeno sono due:
1) come la galassia di Andromeda, la fotografia si sta avvicinando a me.
2) non si tratta di effetto Doppler ed è solo l'instabilità chimica dell'emulsione. 
Si, devo pensare anche a questo, a come conservare i miei unici e preziosi scatti, che tratto meglio dei documenti che tengo nel portafogli, della serie":...ma guardi questa patente! Ma non si capisce nulla! Potrei farle una contravvenzione sà?!!".
No, che di soldi già ne perdo comprando costose pellicole.
Tutto ciò mi ha seccato, non il pietoso agente della municipale, ma il deterioramento di alcune foto, tra le mie preferite. 
Come ho accennato nel post precedente, il peeling della pellicola, una manipolazione che dovrebbe mantenere i colori fedeli nel tempo, può risolvere il problema,  ma penso che solo alcuni scatti debbano essere processati per direttissima in tal modo. 
Dipende da cosa si ha in mente, personalmente trovo alcuni peeling bellissimi e poetici, ma il più delle volte ho agito in modo conservativo per la maggior parte dei miei scatti a colori.
Dopo circa una settimana passata all'interno di una scatola "secca", contenente sali di silice, ho seguito modo indicato i consigli della "casa"e usando del nastro adesivo di ottima qualità ho incorniciato il lato posteriore dell'istantanea, stando attento a non premere eccessivamente l'emulsione sottostante.


L'idea che mi sono fatto e che lo scotch-tape sigilli più efficacemente gli strati di emulsione inwaferati (mi lancio in licenze) tra il mylar e la cornice bianca protettiva, dalla aria e dall'umidità esterne, fattori nocivi alle reazioni chimiche non del tutto concluse all'interno.

NOTA BENE: Gli addetti ai lavori di  Impossible Project stanno già pensando di ampliare la superficie posteriore della cornice per  migliorare le capacità protettive del sistema e per non farci passare minuti di bricolage noiosi e appiccicosi.  
Nel contempo, se riuscissero a migliorare anche la stabilità dell'emulsione (Sir Edwin Land aiutali tu) sarebbe un sollievo per tutti, ma la magica ricetta Polaroid è segreta come quella della Coca-Cola.

Appena pronto, qualche ora dopo lo scatto, procedo alla scansione:


Dopo circa due mesi di conservazione maniacale, lo stato della pellicola è il seguente:


Lo spostamento verso il blu è evidente; è disomogeneo, fastidioso e ha rovinato la foto. 
Non ho considerato l''esposizione ai raggi ultraviolenti (UVV) perchè la foto è stata praticamente al buio tutto il tempo, riposta in un album, a temperatura ed umidità favorevoli alla conservazione.
Tra le varie fotografie, scattate due mesi addietro, questa sopra è la piu' danneggiata, altre, invece, sono ancora integre e non hanno subito alcuna variazione significativa nelle tonalità. 
Magari la protezione extra in scotch-tape ha funzionato davvero e forse non tutte le pellicole si comportano allo stesso modo.  Guarda caso, si è rovinata la mia preferita.

NOTA BENE: tengo moltissimo a precisare che i colori di tutte le scansioni presenti nel mio blog sono fedeli alle istantanee originali, non ho apportato alcuna modifica, se non per far corrispondere i colori acquisiti a quelli "reali" della pellicola. 

Conoscendo i rischi, per alcuni scatti, comunque, rimuovo la cornice di fabbrica per lasciarli incorniciati  nella sottostante cornice chimica, togliendo con cura la pasta bianca rimanente sul lato posteriore. 
Sigillo con il nastro solo le parti inferiori e superiori che, non avendo piu' protezione, potrebbero staccarsi.
L'effetto visivo è molto più artistico e ragionandoci sopra, mi chiedo se lasciar respirare la fotografia dai lati, invece di sigillarla alla meglio, possa aiutare la fissazione dei colori, anzichè accelerarne il viraggio. 
Solo avendo un pò di pazienza potrò verificare le mie ipotesi e migliorare  la metodica conservativa. 
Aspettando pellicole migliorate, godrò comunque delle mie fotografie, mutanti nel tempo e nell'aspetto come il sottoscritto, sperando che lo spostamento verso il blu non faccia troppi danni e non causi un più preoccupante spostamento verso il rosso del mio conto corrente!

P.S. vedi successivo post " Viraggi del colore e galassie in avvicinamento (#2)"



venerdì 11 febbraio 2011

Peeling & Lifting difficoltosi #1

Sfruttando lo stato transitorio-eccitato dei miei neuroni ed affascinato dalle possibilità creative offerte dalle pellicole istantanee, mi sono subito applicato nell'esercizio di due tecniche conosciute agli  amanti della Polaroid: il trasferimento di emulsione (lifting) e la spelatura (peeling), con le pellicole Impossible Project. 
A parte il mio primo tentativo, riuscito alla perfezione (vedi fortuna del principiante), ho buttato via tempo e materiale prima di svilupparmi una metodica corretta e ottenere qualche risultato presentabile.
Il procedimento è articolato in sequenza e le mosse manipolatorie devono essere concluse in breve tempo, soprattutto se aspettate la fidanzata per cena.


NOTA BENE: per le pellicole Impossible Project  monocromatiche PX100, ho imparato ad agire entro la prima mezz'ora seguente lo sviluppo, in quanto l'emulsione bianca sottostante il positivo, asciugandosi, incolla quasi sempre e in modo disomogeneo quest'ultimo, provocando una serie ostacoli difficilmente aggirabili, sia procedendo con il  peeling, sia proseguendo con il lifting.


E' il caso che descrivo ora, recuperando una istantanea sovraesposta poco utilizzabile.
Scelto uno scatto con pellicola PX100 e vecchio di due giorni, preparo un ripiano di teflon su cui adagiarlo:


Iniziando dal lato posteriore, rimuovo, con un bisturi da laboratorio, il frame protettivo l'immagine.



Sollevati i lati, rimuovo il bordo superiore.


Rimuovo la protezione anteriore.


Stacco il bordo inferiore.


L'intera protezione viene via facilmente e rimane lo strato in Mylar trasparente con l'immagine in bella vista, circondata da una piacevole cornice chimica la cui vista mi gratifica assai.




Consiglio l'uso dei guanti da laboratorio in quanto la pasta bianca, racchiusa nelle parti rimosse e rimasta sui bordi dell l'immagine, è caustica e tossica.
A questo punto, arrivando ad un bivio e vedendomi allo specchio penso: pratico un peeling oppure eseguo un lifling?
Questione di feeling e opto per l'ultimo.
Rifilo  la fotografia dove le parti della pellicola sono sigillate dal collante, ciò mi aiuterà in seguito a sollevare il Mylar protettivo da sopra l'emusione, specialmente se lo scatto non è fresco.


Preparo il seguente necessaire per il trasferimento:
1) due pirofile grandi in pirex, quelle per cucinare le lasagne, per intendersi.
2) due brocche graduate da circa un litro.
3) termometro (salva-dita) a scala celsius per alte temperature, almeno cento gradi.
4) pennelli da pittura morbidi e duri, di varie forme e dimensioni (una manna per i più maliziosi).
5) guanti da laboratorio
6) due piccoli rulli da bricolage, uno morbido in gommapiuma e uno duro (per un altro tipo di trasferimento di cui parlerò in seguito)
7) supporti su cui trasferire il positivo


Scaldo mezzo litro l'acqua fino ad una temperatura di settanta gradi, successivamente riversando l'acqua nella pirofila,  la temperatura si assesta intorno ai cinquantacinque-sessanta gradi (ad alcuni piace tiepido, intorno ai quaranta) ed affogo la pellicola. 


Metto la pellicola supina e con i pennelli rimuovo le parti di emulsione bianca visibili.


Dopo circa un minuto, con un notaio a fianco, procedo alla separazione del positivo dal mylar...un momento delicato per tutti.  Agisco con delicatezza e decisione.


Se tutto va bene, la colla sui bordi si stacca facilmente e con i pennelli inizio a separare il positivo dall'emulsione bianca.
Notare la colla opacizzata sul Mylar, sara' questa in seguito (vedi prossimo post) a causarmi molti problemi.


Spennello il positivo facendolo staccare dallo strato di emulsione bianca.


Mentre scosto il positivo, compare il negativo sottostante e comincio a pulirlo.


Al termine della rimozione esce un fantasmino fluttuante a cui sono adesi molti punti di emulsione bianca, praticamente impossibili da rimuovere.
Anche sul negativo sottostante, che in tutti i casi cerco di recuperare, la pasta bianca viene via con molta fatica e lascia macchie "a fungo" che deturpano il più delle volte la scansione in digitale.
Il negativo è decisamente inutilizzabile.






NOTA BENE: come ho scritto in precedenza, piu' gli scatti sono vecchi (ed asciutti) e piu' difficile è la separazione; ho provato con l'acqua riscaldata a diverse temperature ma non ho notato nessun giovamento.
Con scatti freschi invece, l'immagine viene via agevolmente e perfettamente pulita, così come il negativo.


Tornando al procedimento, afferro delicatamente l'emulsione positiva  con l'impugnatura del pennello e la immergo nell'acqua fredda contenuta nella seconda pirofila.
Il freddo, ho letto, dovrebbe stabilizzare la consistenza della membrana.


Una volta scelto il supporto (in questo caso, un foglio di carta per acquarello), immergo il medesimo vicino all'emulsione e con il pennello la stendo sulla base. 


Soddisfatto della centratura, faccio riemergere il foglio con molta attenzione per non far collassare l'emulsione su se stessa. Ora inizia la parte che più mi diverte!
Con i vari pennelli, aiutandomi anche con una plasticosa pipetta da irrigazione, stendo l'emulsione come più mi piace: posso bucarla, tagliarla, romperla, separarla ed arricciarla, farla aderire perfettamente, tutto seguendo un pò di improvvisazione e senza discostarmi troppo dall'idea avuta in origine sull'uso finale della foto.






Finito il trasferimento, ripongo il tutto su un piano di carta assorbente e li rimarrà a disidratarsi fino a quando non sarà perfettamente asciutto.


NOTA BENE: sconsiglio una asciugatura rapida, tipo asciuga capelli, lampade alogene, termosifoni e lanciafiamme, in quanto l'innalzamento repentino della temperatura e la conseguente evaporazione piega in modo anomalo il supporto, a volte rovinandolo irreparabilmente.
Ho recuperato qualche lifting asciugato male utilizzando con destrezza il mio ferro da stiro (comprato dalla mamma), che essendo impolverato da tempo immemorabile, sta rivivendo una nuova vita. 






Questo è il risultato dopo circa un'ora di lavoro e un'asciugatura over-night, imprevisti compresi.  
Non è nulla di speciale, ma sempre meglio che buttarla nel cestino.  Sembra un dipinto scrostato, e questo grazie alle particelle bianche sottostanti che, in precedenza, non ne hanno voluto sapere di abbandonare la propria immagine. 
Peccato per il negativo rovinato, poteva uscirci un buon restauro proprio come per gli oggetti impressi nell'immagine, scattata  davanti al negozio di un restauratore.




martedì 8 febbraio 2011

Polaroid SX-70, scatti invernali con le nuove pellicole Impossible Project

Non avendo mai avuto a che fare con le pellicole originali Polaroid posso solo esprimere una piccola opinione su quelle commercializzate e prodotte da Impossible Project, caricate sulla mia Polaroid SX-70, appena riesumata.
Per le PX70 color push, dopo lo scatto, ho aspettato circa cinque minuti prima di intravedere qualche cosa, mezz'oretta affinchè si stabilizzasse un immagine definita, spesso con dominanti decise, dalle tonalità variabili (la temperatura della luce influisce molto) e dai colori un poco ribelli.
Le PX100 monocromatiche sono state più soddisfacenti a prima vista, lo sviluppo è avvenuto in circa due-tre minuti per poi stabilizzarsi in circa quindici minuti con una risoluzione e contrasto superiori alle color push. Che sia la dicitura ILFORD sulla scatola?
Gli effetti finali sono stati comunque gradevoli per entrambe ma qui si entra nel gusto personale, con i due tipi di pellicola si possono ricavare degli scatti molto belli, con un non so chè di pittorico e astratto.
Ho ottenuto buoni risultati (molto influenzati da diverse variabili) seguendo alcuni accorgimenti  che mi hanno complicato un pò la vita e che mi hanno fatto sentire tanto un fotografo inchiappato degli anni trenta, per esempio:
A) proteggere dalla luce la pellicola appena uscita (vedi vari trabiccoli)
B) tenere conto della temperatura ambientale (girare con un termometro in mezzo alla gente)
C) prevedere la compensazione dell'esposizione (chiaroscuroveggenza?)
D) bloccare la muscolatura in posizione plastica ( potrebbero arrivare monetine ai tuoi piedi)
E) ricordarsi di respirare ogni tanto (vedi effetti da apnea prolungata)
A parte le battute, queste pellicole purtroppo soffrono di una certa sensibilità alla luce nei primi secondi dopo l'esposizione e occorre inventarsi una protezione se non si vogliono buttare via 2,5 euro a scatto.
Dopo aver letto qualcosa a riguardo e aver sperimentato alcune soluzioni, alcune ottime ma di difficile realizzazione, altre semplici ma non proprio soddisfacenti, ho deciso, per pura autostima, di costruirmi una sorta di contenitore prototipo in cartoncino di siffatta foggia:

paraluce

attacco alla sx-70

In effetti è un pò scomodo, lo devo estrarre ogni volta per tirare fuori la pellicola e devo reinserirlo in sede bloccandolo con del nastro adesivo, ma gli scatti sono completamente al riparo e nel frattempo, posando la fotocamera, posso fare altre cose utili come aprire un porta pellicole, metterci la foto e infilarmelo dentro le mutande al calduccio.
Se vedete un tipo camminare in modo strano magari sta sviluppando un'istantanea dentro i pantaloni.
Ho notato che un eccessiva temperatura provoca nelle PX100 bruciature rossastre con perdita di dettaglio nelle zone piu' scure dell'immagine e che il calore assorbito dalla pellicola, se non omogeneo, causa la comparsa di aloni rossastri qua e la (è il caso di quando ho appoggiato le dita sotto la pellicola appena estratta).
Per le PX70 gli effetti della temperatura sembrano invece riflettersi sulla tonalità generale dei colori, toni bluastri e schiarimento per le botte di freddo e toni magenta per i colpi di caldo, proprio come per le persone in procinto di collassare.
Oltre a quanto sopra, ho notato, con frequenza assolutamente casuale e senza possibilità di porci alcun rimedio, aloni e macchie di varie dimensioni,  porzioni di immagine diversamente esposte, strane punteggiature bianche, bizzarre formazioni causate dalla spremitura un pò difettosa dell'emulsione e cristalli indesiderati sottoforma di ramificazioni e puntini degradanti da quello che gli esperti  chiamano fungo.  
Nei miei scatti seguenti si possono vedere alcuni difetti nelle aree selezionate:


aloni e area sottoesposta 


punteggiature


cattiva distribuzione dell'emulsione 

 (foto fungo da caricare)

Queste sono le mie prime impressioni.
Per migliorare mi aiuto con i suddetti trucchi, provo a non sbagliare nulla e non adotto altre particolari precauzioni se non tenere sempre fotocamera e pellicole pronto uso dentro la borsa e conservare a casa le scorte di film in una cassettiera di metallo a una temperatura possibilmente compatibile con la vita, all'asciutto e al riparo dal gatto.
In definitiva posso dire che a scapito di un po' di imprevedibilità e fatica ho guadagnato qualcosa da questa prima esperienza con la fotografia istantanea.
Trovo tutto ciò molto stimolante e divertente e mi obbliga a ragionare sulle foto piu' di quanto abbia mai fatto  con la mia reflex digitale.









venerdì 4 febbraio 2011

Primi sintomi e inizio malattia, Polaroid SX-70

Ho deciso finalmente di applicarmi in un piccolo progetto di fotografie Polaroid, la mia nuova ossessione, che ha praticamente assorbito tutto il mio tempo libero (lo metterei tra virgolette libero) negli ultimi tre mesi.
Tutto è partito da una cena tra amici a casa mia; per stupire i presenti, oramai storditi dal vino e dai miei sproloqui fotografici, mi sono improvvisamente ricordato di una macchina polaroid SX-70, regalatami qualche anno fa da una mia cara amica Inglese, Joyce.

Polaroid SX-70
Da allora l'avevo lasciata in un cassetto di un mobile etnico, insieme a una cinepresa antica perchè, non trovando le pellicole in città, mi ero subito scoraggiato all'idea di rimetterla in funzione.
Ma quello era un periodo di ossessione digitale, ero troppo impegnato a calibrare monitor (a occhio), a trovare i settaggi giusti per la stampa e a rodermi il fegato per i milioni di pixel del nuovo modello Olympus e così...puff!
Niente più Polaroid, "tanto sono foto così piccole...", che sbaglio!
Ritornando a quella sera, tra gli amici  e la mia ragazza che già odorava nell'aria la mia futura nuova malattia, riaprendo il parallelepipedo alieno mi sono svegliato ed il giorno dopo iniziava una faticosa ricerca di materiale, informazioni e cultura Polaroid. 
Trovate finalmente le pellicole e provato a caricarle, la macchina però era morta.  Seguiva ululato.
Dopo centottantaeuro di riparazione fuori città, finalmente tutto era pronto, e io avevo il mal di pancia.
La sera stessa mi lanciavo senza paracadute in tre scatti raffiguranti la mia orchidea.

orchidea scatto #2


Qualche minuto dopo, arrivava ignaro il mio caro amico Stefano e, ancora col casco in testa, veniva investito da ogni mia nozione acquisita nei giorni precedenti sul mondo Polaroid; ora posso ricordarlo, vacillava, ma mi seguiva curioso perchè anche lui ha la passione per la fotografia e una necessaria dose di entusiasmo per tutto ciò che c'è di creativo e diverso.
Abbiamo giocato un pò e quelli che seguono sono alcuni degli scatti usciti dal quel bel momento.

stefano


me stesso, primo scatto di stefano

Abbiamo usato tutte le otto pellicole, ma solo quattro erano ben impresse. 
Che fatica abituarsi alla macchina, che strani rumori uscivano dopo lo scatto per non parlare della difficoltà ad usare gli  accorgimenti autocostruiti  per coprire la pellicola non appena uscita, ma tutto ha funzionato e io ero felice.  
Messi gli scatti nella bacheca di sughero ho iniziato a pensare ai successivi sviluppi.