didascalia

Where does the river #3, Polaroid 59

mercoledì 18 dicembre 2013

Goerz AnGo 10x15 Klapp-Kamera, Polaroid conversion.

Erano due anni che aspettavo questo momento.

La conversione in questione, riguarda una fotocamera Goerz costruita nei primi anni del novecento a Lissa nell'allora Prussia, facente parte di una serie di apparecchi di vario formato, ma di simile concezione, denominati AnGo. (ANschutz-GOerz, ovvero i costruttori dell'otturatore e dell'ottica) che ebbero grande diffusione dal 1896 al 1922, come fotocamere da fotogiornalismo, grazie a una serie di caratteristiche tecniche innovative quali la costruzione klapp (pieghevole) a basso ingombro, la grande velocità dell'otturatore sul piano focale e la versatilità di impiego delle ottiche impiegate.
Vi presento la signora, in formato 10x15 o formato "cartolina":


 Vista frontale in cui si può apprezzare la compattezza e il rigore del disegno.
Il micidiale mirino da caccia, utilissimo per mettere la fotocamera in bolla e puntare carri nemici. La finezza dell'oculare blu non necessita di parole.

Ne compare una, sebbene nel formato 6x9, nel capolavoro di David Lean, Lawrence d'Arabia, in mano al giornalista di guerra Bentley, interpretato da Arthur Kennedy.


In linea con i tempi e con le necessità di un reporter del Chicago Tribune.
Compattezza, leggerezza e velocità di scatto.
Avrà fotografato veramente?


Questa macchina ha un grande significato per me, innanzitutto perchè proviene da uno scaffale di libreria incredibilmente pieno di oggetti fotografici squisiti, fumetti d'azione di Milton Caniff, modellini di aeroplani e di auto d'epoca, libri di fotografia degni di una pinacoteca e oggetti a stelle e strisce riflettenti la personalità esplosiva del mio amico Alessandro Vermini, detto "Il Pillola" e poi perchè è una delle più belle fotocamere che abbia mai visto e volevo a tutti costi farla rivivere, magari con pellicole Polaroid.
Così, quasi due anni fà,  innamorato di quel rettagolo di legno rivestito in pelle impolverata dopo una stretta di mano e un prezzo da amico, mi portai a casa la vecchia Goerz.
Ed eccola dopo "alcuni" giorni di pulitura e messa a punto.

Il corpo rettangolare è in legno, molto probabilmente Mogano, rivestito in pelle nera e marrone; molto elegante e assolutamente compatto.
Sulla parte superiore trovano posto i due mirini sportivi, veramente ben costruiti che scattano sull'attenti tramite un meccanismo a molla.
La piastra porta ottica principale è in metallo e la secondaria in mogano. Entrambe possono essere decentrate di alcuni centimetri.
Niente male, visto le qualità dell'ottica.

Il decentramento dell'ottica avviene tramite due slitte in metallo.

Ottica smontata e visione del soffietto rettangolare ripiegato.

Il disegno della macchina è davvero innovativo, se si pensa al tempo in cui è stato concepito;  il soffietto in pelle si apre tramite un sistema a quadrilatero collassabile, tramite quattro braccetti molto resistenti in acciaio; due sopra e due sotto.

Oltre a essere un sistema pratico era anche molto più veloce di un sistema a slitta.

L'obiettivo montato è un eccellente Dagor doppio anastigmatico, denominato Doppel, da 168mm con una apertura massima di 4.8, paragonabile a un'odierna f6.4.
Le scale dei diaframmi, regolabili tramite una ghiera anteriore, vanno da 6.4 a f384...confusi?
Basta una tabella di conversione:


Tralascio le note tecniche, anche se avrei voglia di dilungarmi; per i più smaliziati non ha bisogno di presentazioni è semplicemente un gioiello, ancora oggi riferimento per molti fotografi in cerca di immagini senza tempo.


Diaframmi perfetti.



Lenti cristalline ed esenti da qualsiasi difetto, dopo cento anni.
La leva a destra regola l'elicoide, per la messa fuoco.
I numeri incisi sulla flangia  indicano le distanze in metri.*


 Altra peculiarità tecnica della Ango, era la messa a fuoco tramite l'elicoide, consistente in un corpo cilindrico scanalato a spirale, integrante l'ottica.

Fuoco all'infinito.
Notare nell'immagine seguente, la scanalatura elicoidale dentro la fessura del cilindro.

Elicoide tutta avanti e fuoco massimo ravvicinato.


Sul lato destro del corpo macchina, vi è il pannello dei comandi dell'otturatore Ottomar Anschutz.



Lo spessore del corpo è da top model, entro i dieci centimetri.


Rimuovendo il pannello metallico, si accede ai meccanismi:




In alto si può notare l'accoppiamento dell'ingranaggio dentato (che scandisce le varie misure della fenditura, in millimetri) con l'ingranaggio di caricamento della molla di ritorno.  
   Al centro i selettori dei tempi Istantanei M, posa lunga e apertura tendine Z,  con subito in basso il selettore ad azionamento pneumatico per i tempi inferiori al decimo di secondo e posa B.
 In basso ha sede l'ingranaggio numerato per la selezione della tensione della molla, da 1 a 10 e a dx il relativo pernetto di sblocco.

L'otturatore era tutto sommato in buone condizioni ma le tendine erano completamente disallineate e bloccate; fortunatamente non erano ne rotte, ne tanto meno bucate ma  ho dovuto passare alcune nottate per capire, senza manuali,  come funzionasse il sistema.
La caratteristica senza dubbio migliore consiste nella velocità di otturazione, che originariamente poteva raggiungere il millesimo di secondo. Per i tempi un vero record, ma anche oggi paragonato a certi otturatori moderni.
Tengo a precisare che i tempi ottenibili sono ancora realmente affidabili.
Negli anni a seguire l'otturatore a tendina rotante, sarà adottato da molti costruttori di macchine fotografiche famose, sebbene con sostanziali variazioni di progetto. A mio avviso l'Ottomar è uno dei più geniali e ben progettati.
I programmi selezionabili sono tre:

Z   visione vetro smerigliato: molla caricata al numero "1" con larghezza della fenditura 100mm, max          (A sulla ghiera delle larghezze).
     L'otturatore si chiude in modo completo premendo due volte il pulsante dell'otturatore.

B   posa lunga: settaggio come sopra.
     Occorre tenere il dito sul pulsante e lasciarlo per far chiudere definitivamente la tendina.

M  tempo istantaneo: qualsivoglia combinazione di tempi.
     Si preme una volta sola il pulsante.

Per i tempi inferiori a 1/10 di secondo, esiste un selettore inferiore dotato di vite filettata internamente ed esternamente in grado di ospitare un tubo di rilascio pneumatico a pompetta (purtroppo assente); i tempi vanno da 1/2, 3/4, 1, 2, 3, 4, 5 secondi e posa B.


Al centro la ghiera per i tempi lunghi


L'otturatore si trova esattamente dietro il dorso posteriore della macchina a circa due centimetri dal piano focale.




Il dorso, ospitante vari chassis formato cartolina 10x15cm e anche dorsi di riduzione a rullo 6x9 (l'ho visto giuro).


Il vetro smerigliato e un ottimo cappuccio estraibile in pelle.

Lo chassis contenente il vetro smerigliato si estrae dal dorso tramite una levetta a molla in basso a destra; al suo posto si inserisce lo chassis porta pellicola:



Il paraluce in pelle con il  suo telaietto è  semplicemente avvitato allo chassis tramite piccolissime viti.


Subito sotto si può osservare un bellissimo film holder per pack-film...
Il destino di questa macchina era quello di ospitarne cento anni più tardi, uno Polaroid.



Il pack-film nell'immagine è stato poi convertito per ospitare di lastre in vetro al collodio umido.

Rimuovendo il dorso si arriva al vano dove è possibile eseguire eventuali riparazioni e la manutenzione dei meccanismi.
Fortunatamente le tendine in tessuto verniciato, erano davvero in ottime condizioni.
La tendina superiore reca ancora  la firma del costruttore scritta a mano con vernice rossa Ottomar Anschutz, Lissa (Prussia)...confesso che mi sono venuti i brividi, che bellezza.

Funzionamento.
In breve, esistono due molle: una inferiore (connessa con una gemella passiva) e una superiore, entrambe connesse rispettivamente da due tendine che si muovono in controsenso, passando l'una sotto l'altra.

Molla inferiore che avvolge la tendina inferiore, con al di sopra la gemella passiva che riavvolge la tendina superiore.

La molla inferiore accoppiata alla gemella passiva, fornisce l'energia per il rilascio dell'otturatore, mentre la molla superiore connessa a un ingranaggio dentato, regola in varia misura la fessura che si viene a creare, durante il rilascio (srotolamento), tra le due tendine in contrapposizione. A riposo la tendina superiore è srotolata dalla molla superiore e arrotolata alla gemella passiva inferiore, coprendo il piano focale. La tendina inferiore è arrotolata alla sua molla inferiore.


Ai lati della tendina inferiore si possono osservare i tiranti della tendina che agiscono sulla molla di ritorno superiore, che corrisponde al selettore della larghezza della fenditura.

Durante il caricamento, le due tendine salgono insieme; la tendina superiore viene arrotolata e quella inferiore srotolata e riavvolta ai lati nella molla superiore, tramite le bobine laterali indipendenti.


In alto a sinistra, si possono notare i tre cilindretti di allineamento a uscire,  montati sulle bobinette di rotazione delle guide laterali e la quarta camma a mezzaluna di blocco rotazione.
I cilindretti non sono altro che dei denti cilindrici sistemati sul piano ortogonale di una rondella, vicino alla circonferenza esterna.



Il corretto allineamento dei cilindretti, durante l'avvolgimento/srotolamento è fondamentale.
Durante il caricamento della molla, il cilindretto interno, aggancia il successivo e cosi via fino al 4° che permette il blocco della tendina inferiore e permette l'arrotolamento finale di quella superiore.
E' un sistema di blocco a rotazione.
Dopo un certo numero di scatti, a causa della vecchiaia e dei giochi strutturali venutisi a creare, talvolta i cilindretti si sorpassano, sovvertendo l'ordine di rotazione, bloccando la tendina inferiore ad altezze errate.

Nota: Per un esempio di cosa può accadere, vedi *ARGH!

I cilindretti, si risistemano  con alcuni minuti di pazienza e due fidi cacciavite di precisione.





Otturatore carico e pronto a scattare.
Le due due tendine sono salite; quella inferiore si trova subito sotto.

Premendo il pulsante di scatto, la tendina inferiore scende seguita da quella superiore, trascinata dalla precedente tramite le guide dei cilindretti laterali, indipendenti dalla molla superiore anche se coassiali.
Esiste un istante in cui le due tendine creano una fessura che fa passare la luce e tale fenditura è regolabile in ampiezza da un ingranaggio dentato superiore.
La combinazione dell'ampiezza con la potenza della molla inferiore (forza motrice del sistema) crea un tempo di otturazione.
Per fare un rapido calcolo dei vari tempi ottenibili, c'è una preziosissima tabella, montata sulla parte superiore della macchina:


Senza questa tabella è praticamente impossibile immaginarsi  le velocità. Fortunatamente era in dotazione con la macchina.

La dicitura Schlitz-breite, indica la larghezza della fenditura ottenibile attraverso l'incrocio delle due tendine che scorrono in controsenso, l'una rispetto all'altra (A corrisponde a 100 nella ghiera in alto della molla di ritorno), in questo caso il massimo in millimetri, della fenditura ottenibile.
Federspannung invece indica la tensione della molla inferiore che fornisce la forza motrice dell'otturatore.
Belichtungsdauer indica infine, la durata dell'esposizione.

Esempio di tempo istantaneo Molla caricata a 5, ghiera fenditura a n°30: ovvero 1/120"


video



Un'otturatore davvero completo, applausi grazie...non per me, ma per Herr. Anschutz. 
Un genio.


Finalmente la conversione.

un pò di musica...
http://open.spotify.com/track/5IN7CHKxzc2FoSFDx1JqS0



La macchina, in ottimo stato di conservazione  è stata completamente smontata nelle parti mobili e revisionata. Non è stato affatto facile, soprattutto per la minuteria e la delicatezza dei piccoli meccanismi, per non parlare delle tendine secolari.
Il legno di mogano usato per i pannelli della fotocamera non supera il centimetro di spessore e la viteria  in ferro è molto minuta, quasi completamente integra e comunque sostituibile.
La parte posteriore della fotocamera è stata sostituita con una piastra in grado di ospitare un dorso Toyo 4x5 di tipo revolving,anche se questa caratteristica non può essere sfruttata a causa della dimensione "panorama" della finestra dell'otturatore.


Per i listelli delle guide del dorso ho usato listelli di faggio, mentre per la piastra compensato di Hokumè , molto resistente e adatto a ricevere viti e chiodi senza spaccarsi; infine ho adoperato colla vinilica per incollare i singoli pezzi.

In questo modo è possibile inserire dorsi per pellicole istantanee Polaroid o Fuji 4x5 e anche i dorsi per le pellicole type 100,  oltre ai normali chassis per pellicole piane.
Volevo versatilità.
Per adattare il porta dorso posteriore ho dovuto centrare i fori della viteria originale sul corpo macchina. Brrr.
Una volta avvitata la piastra in legno,  ho usato due listelli di alluminio per dare solidità al pezzo e creare un supporto per le quattro sbarrette di bloccaggio del dorso.




Avendo poco tempo a disposizione, non ho potuto asolare le barrette in obliquo per creare una piastra scorrevole; mi sono accontato di fissarle con una vite per ciascuna.
A ogni modo, rimuovere il dorso Toyo è questione di un minuto di cacciavite.


Per bloccare il dorso Toyo ho usato quattro lastrine di alluminio avvitate ai sostegni laterali della piastra nuova.

Dopodichè ho assemblato il dorso Toyo:


Vetro smerigliato e mascherina di riduzione Papayaspoint® per le polaroid type 100. A fianco, giusto per non uscirci di testa,  ho messo un riferimento cartaceo per la conversione delle scale dei diaframmi.
Ho messo del velcro per attaccare un provvisorio parasole in pelle, ricavato da un vecchio soffietto Ango.

La figata di questo sistema è che in seguito, ho potuto sostituire  il cappuccio parasole provvisorio, con quello più adatto e moderno del dorso Toyo 45AII, che ho preso in prestito temporaneamente; basta sfilare le due guide zigrinate ai lati del dorso e il gioco è fatto.


Revolving back della Toyo 45 con il paraluce in pelle integrato; praticamente identico al Goerz, ma in chiave moderna!

Una vista laterale, in cui si può apprezzare la linea anticonvenzionale dell'ibrida:


Come si può notare la piastra di conversione non è a filo della macchina sul bordo superiore;  per  poter sistemare il dorso Toyo, ho dovuto necessariamente prendere mezzo centimetro extra per i due bordi inferiore e superiore.
Lateralmente invece, sono riuscito a rientrare nelle misure del corpo macchina originale.


Vista di tre quarti posteriore in cui si nota l'aggiunta della slitta originale porta accessori, la larghezza del negozio in cui è stata comprata e la tabella dei tempi, provvisoriamente risistemata.

Inoltre, a causa degli spessori del nuovo legno e del dorso Toyo, non mi  è stato possibile rientrare nella distanza dal piano pellicola originaria, rispetto al corpo macchina posteriore, che è di circa un centimetro;  la soluzione consiste nell'adattare altri 4 braccetti originali per rientrare nei 168mm di lunghezza focale.
In questo modo il soffietto non viene completamente esteso e fortunatamente , vista la strana costruzione a "piega interna"del soffietto, non sono incappato in vignettature.
Con un laboratorio di ebanisteria a disposizione (sigh) magari sarei riuscito a starci dentro; visto gli esigui mezzi adoperati, direi che posso accontentarmi:


Il nuovo foro del perno lungo i bracci, attraverso cui il supporto anteriore del braccetto si impernia sopra la piastra porta ottica, è stato riposizionato più dietro; la distanza è quella corrispondente alla misura, dal corpo macchina posteriore al nuovo piano pellicola, ovvero -2,6cm.

Nelle prime prove della fotocamera, ho lasciato i braccetti originali e ho messo a fuoco aprendo per metà il soffietto e settando l'elicoide alla distanza giusta per ottenere il fuoco all'infinito.

Nota: nella configurazione non modificata, la macchina quando è completamente estesa risulta adattissima per fotografare a distanza ravvicinata; avendo aumentato il tiraggio posso fotografare in modo fantastico con il Dagor a piena apertura, per ottenere qualche ritratto degno. Spero.

A ogni modo la sostituzione dei braccetti è un operazione delicata ma abbastanza semplice; per fotografare senza vetro smerigliato, basandosi su mirino sportivo ed elicoide è indispensabile comunque  la conversione finale.
Ma ecco come si presenta un dorso Polaroid 545 all'interno del revolving back Toyo:


Un piccolo cordino laterale a sx, per poter estrarre le pellicole istantanee.

e la macchina pronta all'uso.


La prima conversione non si scorda mai. 


Finalmente alcuni scatti con la ibrida.
Come mi aspettavo il Dagor si è comportato  egregiamente fin dalla prima uscita, anche se, molto personalmente credo che l'uso di un filtro UV non guasterebbe, così come l'aggiunta un piccolo parasole   per ottenere un minimo di contrasto in più e ridurre il rischio di alcuni bagliori, specialmente in situazioni di luce frontale.
La resa è comunque ottima e tipica di una lente non rivestita; peccato non poter basculare al limite come in un banco ottico moderno e sfruttare la copertura spettacolare del Dagor.
La prima istantanea 4x5":


Goerz Doppel Anastigmat Dagor 168mm, f:6.8 [corrispondente a poco meno di un f:8 moderno] settato a f12 [f11 moderno] a 1/120 di secondo [n°3 selettore molla inferiore  in combinazione con il n°20mm di fenditura tendine] .
Pellicola Polaroid type 55, scansione del negativo.


La mamma si è mossa ma non importa, le vogliamo bene lo stesso.
Pellicola Polaroid type 55, scansione del negativo.
Alcuni giorni più tardi:


Pellicola Polaroid type 55, stampa positiva da negativo sotto esposto.



*ARGH!
Ecco cosa succede, quando una delle due tendine, nel caso quella superiore, non scende del tutto!
Ciò si verifica per l'errato posizionamento dei cilindretti di blocco della molla superiore; calma e sangue freddo.
Occorre smontare il dorso e riallineare.
Pellicola Polaroid type 55, scansione del povero negativo.

Menzione di onore (un fulgido esempio di autodecorazione al merito), và a  una rara veduta della Corsica in Fujicolor; essendo la macchina di tipo Klapp a quadrilatero, sono riuscito ad applicare un basculaggio anteriore piegando parzialmente uno dei braccetti del soffietto e il risultato è stato sorprendente:


Un occhio attento può notare oltre la Corsica all'orizzonte, il fuoco selettivo ottenuto.

E io che pensavo di non poter strafare!
Ovviamente, ma solo in alcuni casi di ripresa, variando l'estensione di uno o più braccetti è possibile ottenere un fuoco selettivo, ma non è questo il campo di azione della Goerz, che nacque in origine per un tipo di fotografia più sincera. 
Alcune istantanee, formato 3 1/4 x 4 1/4 " usando un dorso Polaroid 405:




La mia mamma.
Pellicola Fujifilm FP-100C, stampa positiva.
Una combinazione davvero ottima.

Questa sopra, in particolare è stata una delle prime fotografie a colori prodotte dopo la conversione; che sia anche la prima in assoluto della macchina?


Una cartolina da Boccadasse; anche se non è 10x15 si fà  perdonare.
Polaroid type 664, stampa positiva.

A parte alcuni piccoli inconvenienti di ordine pratico, dovuti anche alla solita agitazione che mi contraddistingue, le prime uscite con la Goerz sono state divertentissime.
Spesso mi sono trovato a immaginare il primo proprietario e a chissà quali e quante fotografie abbia preso con questa macchina. E in quali posti?
Sicuramente sono passati  decenni dall'ultimo utilizzo e averla resa funzionale è stata un piccola impresa.
La Ango è  davvero una fotocamera incredibile, da usare sicuramente con qualche riguardo in più e con la spirito di un fotoreporter di inizio novecento, oppure per immortalare una Volpe o un Kaiser a cavallo  (v. rif bibliografico in fondo).
La soddisfazione di farla rivivere con pellicole istantanee è stata enorme, soprattutto per il primo scatto...


Bringin' back It!


p.s.  anche per l'ultimo


Bringin' back again!


La prima conversione non si scorda mai.


rif. http://www.storiadellafotografia.it/2009/12/04/ottomar-anschutz/

giovedì 11 aprile 2013

Colore Integrale 8x10 & Lift. Impossible PQ color 8x10 Beta (Shoot & Lift)

Finalmente una domenica di relax, adatta a realizzare due fotografie che avevo in mente con le nuove Impossible Project 8x10 PQ color.


Nuovo Volet. This side up.

Soddisfatto dalla tecnologia color-protection adottata dalle PX/PZ 70, ero curioso di testare e osservare le potenzialità della nuova emulsione 8x10, soprattutto con la sensibiltà aumentata a 400 ISO.
Ho rateizzato la pellicola come da manuale e  in base alle mie esperienze precedenti, ho cercato di ottimizzare illuminazione e distanze soggetto-luci continue, per capire come centrare la latitudine di posa del film, che è decisamente ristretta, circa 1/4 di stop.
In queste condizioni basta poco per sottoesporre o sovraesporre zone delicate quali le ombre e luci e siccome correggere una posa dopo quasi un ora è decisamente controproducente, avevo bisogno di un test preliminare.
Nel foglietto delle istruzioni, speravo di trovare allegate alcune caratteristiche fondamentali per una pellicola, quali curve di compensazione dell'esposizione relative all'effetto di reciprocità, variazioni ISO in base alla  temperatura colore e/o ambientale e l'uso di filtri di correzione cromatica, ma non ho trovato nulla di tutto ciò; purtroppo solo una spiegazione di massima sull'uso e conservazione del film, come per le PQ precedenti.
Gli utilizzatori Impossible devono evidentemente soffrire e la pellicola d'altra parte è sperimentale a nostre spese  ;)

Bando alle ciance, ecco il mio test.
Ho letteralmente accalappiato fidanzata con gatta e ho eseguito il test, ma ahimè, il primo sviluppo della PQ color, effettuato con il processatore Calumet è stato un disastro.
Già in partenza, avevo notato che il mylar trasparente del foglio positivo era molto morbido e fastidiosamente incurvato e nonostante le mie cure nella procedura di caricamento, inserendo lo chassis contenente il film esposto ho fatto una certa fatica per non piegare il positivo sottostante.
Successivamente, girando la manovella ho percepito una anomala resistenza dei rulli, indicativa probabili di noie in arrivo.
Dopo circa 5' ho verificato lo sviluppo della lastra processata e infatti mi sono accorto di uno strano percorso seguito dalla chimica sviluppatrice.
Dopo 45' il risultato era chiaramente evidente.


Lastra di prova esposimetrica (ok ma chiudere di 1/4 stop).
Sviluppo, No comment.


A circa 1/4 della lunghezza della lastra lo sviluppo era avvenuto in modo disomogeneo e parziale, dopodichè esso non era più presente.
E' probabile che al momento dell'unione tra i due fogli (sicuramente male accoppiati) la pasta sia uscita in modo anomalo, lasciando il negativo scoperto e spalmato difettivamente di chimica.
Infatti, verificando il Calumet, la maggior parte della pasta sviluppatrice era rimasta nella la zona anteriore ai rulli,  destinata alle unioni di fatto.
Salsa Puffa ovunque e mezz'ora di pulizia degli organi interni.
Riallestendo il set definitivo, ho pensato che forse l'errore sia stato del sottoscritto e  che il processatore manuale non abbia avuto nessuna colpa.
Comunque, tenendo presente la delicatezza del positivo, prono a qualche possibile inceppamento,  ho deciso che lo sviluppatore motorizzato avrebbe sicuramente lavorato meglio del mio braccio, sull' accoppiamento dei componenti PQ.

Nella seconda sessione infatti, le lastre hanno subito un sorte migliore e  nonostante qualche  zona imperfetta, lo sviluppo è avvenuto correttamente.


Un eternità d'attesa, ma c'è da dire una cosa; già dopo cinque minuti l'immagine si era formata parzialmente e mi è stato possibile controllare la lastra, verificando se la messa a fuoco selettiva  e l'esposizione fossero corrette.
Questa è una scorciatoia che permette di abbreviare i tempi tra una posa e l'altra, ma che presuppone il possesso una necessaria dimestichezza con le Impossible color-protection PX.
Ho ispezionato lo sviluppo a step di 5 minuti, sotto una lampada abbastanza forte e come si può notare, immagine in sviluppo non si è deteriorata.



In fase di sviluppo a circa 15 minuti.


Il tempo di sviluppo completo è di circa 45' a una temperatura compresa tra i 18-20°C.


Primo scatto (The casting series #4).
Un botta di luce allo sfondo non avrebbe guastato il contorno del capo.


Nota:  non ho riscaldato in nessun modo la lastra processata,  sia per capire la tonalità finale in relazione alla temperatura delle luci impiegate, sia per ottenere un tempo di sviluppo di riferimento.
Contento di questo risultato, ho nuovamente sfruttato il set e la pazienza di Silvia per comporre un'altro scatto:


Secondo scatto (The casting series #5).
Sfondo maggiormente illuminato, ma  notare come la carnagione sia venuta sovra-esposta rispetto alla foto precedente; nell'avvicinare il soggetto alla luce non ho compensato di 1/2 stop.

A processo ultimato, in entrambe le figure rimangono delle striature di sviluppo lungo l'immagine, ma sono praticamente assenti le bande associate ai rulli della sviluppatrice, che in precedenza avevo notato nelle PQ silver-shade beta.
Le striature non mi danno particolarmente fastidio, anche perchè mi ricordano quelle delle amate Polaroid scadute, ma è come sempre una questione di gusti.
Esaminando da vicino le fotografie, la definizione dei particolari è buona così come l'assenza di spot fastidiosi, soprattutto nelle zone scure dell'immagine, le quali ne escono con una caratteristica tonalità bluastra; le zone maggiormente illuminate invece riflettono una tonalità giallognola.
La pastosità dell'emulsione è unica, molto gradevole.
Per quanto riguarda la sorgente luminosa, in queste due pose ho impiegato luce fredda fluorescente, parzialmente  responsabile dei toni ottenuti; adottando un filtro di correzione cromatica al 360mm sicuramente i colori sarebbero stati maggiormente bilanciati, ma purtroppo non ho avuto il tempo.
Poco male comunque.
Dopo 24 e 48h, notando che i due fogli cominciavano a scollarsi, per evitare deterioramenti ho eseguito i lift delle fotografie.
La separazione positivo-negativo è avvenuta senza complicazioni, ma non ho ottenuto la trasparenza che ho ricavato in passato con le PQ silver-shade.
Di seguito alcune immagini dei due lift, cominciando da quello più fresco, dopo 24h:


Il retro dell'emulsione, dopo la separazione.

Il ritaglio del frame e dei pod sottostanti è fondamentale per una migliore manipolazione del film in acqua.





Per lo scollamento dell'immagine dal mylar trasparente, ho usato acqua riscaldata a 70°C, mentre per la rimozione dei residui dell'emulsione, ho impiegato acqua di rubinetto a circa 16°C.
Lo sbalzo termico caldo-freddo, rende il film più resistente alla fase di pulitura, ma tende ad arricciarlo soprattutto lungo i bordi.  Onde evitare incollamenti più o meno risolvibili, è meglio agire in fretta nella stesura dell'immagine per poi dedicarsi al resto con pazienza.
Per ogni positivo trasferito, ho impiegato circa un'ora e mezza per pulire completamente l'immagine dalla patina bianca della chimica.
Alcune fasi della pulitura:


Rimozione della chimica, dopo il dispiegamento dell'immagine.

La stesura sulla carta  è stata abbastanza agevole e meno complicato rispetto alle PQ silver shade, che ho trovato strutturalmente più delicate.
Come prevedevo, durante il  Lift l'immagine ha cambiato dimensioni, estendensosi a un 24 x 35cm; tale ingrandimento è dovuto alle varie operazioni di pulitura, che inevitabilmente "spalmano" l'emulsione.


Alcune lacerazioni sono spesso da attribuire a troppi colpi di pennello nella stessa area.


Il lift è avvenuto in modo uniforme, senza lacerazioni irrisolvibili e completamente adeso alle porosità della carta.
Ad asciugatura ultimata, ho spianato quest'ultima per il montaggio su cornice.


Assemblaggio con passpartout 30x40cm. La foto non rende giustizia!


Contento del risultato, il giorno dopo ho trasferito anche la prima fotografia, procedendo senza particolari intoppi e non rilevando differenze "meccaniche" tra le emulsioni a 24 e 48h.
Questa caratteristica è di grande aiuto, perchè permette di lavorare con calma dopo la sessione di scatto.



Per la rimozione, meglio partire dalle aree di maggior interesse.

I residui di pasta sviluppatrice sono andati via lentamente e senza particolari differenze rispetto al lift precedente. Meglio non ritardare troppo comunque.


In bacinella, prima della composizione definitiva,  di solito decido se sacrificare alcune porzioni di immagine, magari quelle in origine mal sviluppate.


Anche in questo caso, adesione perfetta dell'immagine e niente crepe fastidiose.


Trasferimento completato. Ringrazio Silvia per la sua grande pazienza.


Confrontando i Lift asciutti con l'immagine nativa, si può facilmente osservare una evidente perdita di contrasto delle immagini.
Questo effetto è dovuto alle fasi di pulitura e stesura del film sulla carta, operazioni che in un certa misura allargano i punti per linea della risoluzione dell'immagine, diminuendo inevitabilmente le densità dei livelli.
Tenendo presente l'effetto finale del trasferimento di solito tendo a progettare lo scatto in funzione della destinazione finale;  immagini contrastate e graficamente forti, una volta snaturate lavorano molto meglio di altre.





Incorniciate in Rovere e appese a fianco a un autoscatto celebrativo, prendono il loro spazio.


Non male come test.

Continuo a sostenere che il lift delle PQ sia la sorte migliore da destinare a questo tipo di pellicola.
L'immagine nativa è senza dubbio più bella, satura e incisa, ma il mylar 8x10 soprastante non riesce proprio a piacermi, tutto rigato e pieno di segni.
Se tollerabile nelle piccine PX/PZ non lo è in grande, dove tutto è maggiormente evidente.
Preferisco di gran lunga l'effetto materico sulla carta.
In ogni modo, spero che la casa riesca a riprogettare in modo più efficiente il "tapering" della cornice contenitiva; sporcarsi di pasta caustica non è sempre un piacere, soprattutto durante una sessione di scatto, perchè mantenere l'attrezzatura 8x10 pulita costa fatica e fa perdere molto tempo.


Pregi e difetti Impossible come al solito, ma personalmente mi basta riflettere su come abbia fotografato e soprattutto in che formato, per capire che un altro sogno è divenuto realtà...a colori.


My Hands Up for Impossible Project.